CANNES 59 - Lo sguardo esule: "Mala noche" di Gus Van Sant (Quinzaine des realisateurs)

"Mala noche" di Gus Van Sant esprime quella dialettica fatta di continue slabbrature con cui il regista americano ha da sempre reso il nostro sguardo esule. Un esilio, vissuto come assenza e lontananza, ma anche come "intensione" a poter raggiungere il fondo della propria intimità solo attraverso i corpi amati.

Distanze da colmare. Mala noche, il primo lungometraggio di Gus Van Sant, da lui diretto e prodotto nel 1985 e' un romanzo omosessuale - Un giovane omosessuale si innamora follemente di Johnny, un immigrato messicano clandestino che non parla una parola di inglese e non è neppure maggiorenne - ispirato ad un racconto di Walt Curtis e filmato in 16 mm e in bianco e nero. Il film, in versione restaurata, è stato presentato al Festival nella sezione "Quinzaine des Realisateurs".

Già in questa opera prima Gus Van Sant si addossa in maniera epidermica ai suoi protagonisti (i continui primi e primissimi piani sui volti e sui corpi) quasi a voler abbattere ogni diaframma che c'è tra lo sguardo (il suo/nostro), filtrato dall'obiettivo della macchina da presa, e la vita. Un cinema il suo nel quale è, da sempre, possibile fissare i corpi e gli spazi, il tempo, con le sue attese e le sue mancanze, i disagi e i turbamenti, le distanze incolmabili, l'ansia di un contatto fisico, il desiderio di darsi come presenza spingendosi verso la corporeità dell'altro, come nella sequenza di sesso tra i due protagonisti, che richiama alla mente gli amplessi tra Mike e Scott in Belli e dannati o il "futuro" bacio sotto la doccia tra Eric e Alex in Elephant. I piani sequenza con cui Van Sant segue e insegue, talvolta anche a distanza, i suoi corpi, incidono, nella loro morbida linearità, la "pelle" delle immagini, nel tentativo di restituire, in esse, la continuità della vita, come, ancora, nel viaggio/fuga dei tre amici/amanti, che da forma a magnifici squarci "on the road" da godere istante dopo istante, immagine dopo immagine (quell'inesauribile movimento tra un inizio e una fine che ritornerà nel dolente e malinconico vagabondare di Mike e Scott). Cinema di luce e di aria, di terra e di cielo, ma anche di "riflessi" (il cielo che si specchia negli occhiali da sole di Johnny, quello stesso cielo tanto caro al cinema del regista) e di "mono/poli-cromie" (le brevi sequenze a colore che dileguano, sia pure per un istante, le encauste tonalità della pellicola). Mala noche è la conferma, a posteriore, che il cinema di Van Sant è (lo è stato da sempre) un cinema fatto di sguardi "apprensivi" e di corpi vibranti, nel loro essere esposti alla vita e alla morte, per meglio "comprenderne" il senso. Una sensibilità e una profondità che invadono le inquadrature spingendole oltre il vuoto, sul fondo di una ferita dalla quale si continua a fluire come percepibile esistenza, come in quel percorso tanto concreto quanto intimo delineato in Last days.

Mala noche esprime quella dialettica tra il dentro, i "corridoi" dell'animo, e il fuori, gli spazi che contengono i corpi; una dialettica fatta di continue slabbrature con cui il regista americano ha da sempre reso il nostro sguardo esule (qui non possiamo non ricordare il viaggio attraverso il deserto di Casey Affleck e Matt Damon in Gerry, forse il suo film meno compreso). Un esilio, vissuto come assenza e lontananza, ma anche come "intensione" a poter raggiungere il fondo della propria intimità solo attraverso i corpi amati.

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