CANNES 59 - Debito di memoria: "United 93" di Paul Greengrass (Fuori concorso)
"United 93" è un film degno di riflessione; un film con il quale Paul Greengrass rivela, prima di tutto con quella potente dissolvenza in nero che oscura lo schermo insieme allo schianto dell'aereo, che il cinema non è solo un lascito di memoria.

In United 93, film Fuori concorso al Festival di Cannes, il londinese Paul Greengrass, al quarto film dopo La teoria del volo, Bloody Sunday, The Bourne Supremacy, racconta la storia vera del volo United Airlines numero 93, e quella degli uomini e delle donne che si trovavano a bordo del boeing 757, diretto a San Francisco. In tempo reale e con la cooperazione delle famiglie delle quaranta vittime, il regista porta lo spettatore all'interno del quarto aereo dirottato l'11 settembre 2001, quello nel quale i passeggeri riuscirono a ribellarsi ai loro dirottatori, evitando che l'aereo si schiantasse contro il suo obiettivo: la Casa bianca.
Paul Greengrass segue, dal decollo allo schianto, le vicende del volo 93, con uno sguardo volto a riprodurre in maniera quasi documentaristica il terribile evento che ha segnato il mondo all'inizio del nuovo millennio. Se in The Bourne Supremacy, il miglior esito del suo cinema precedente, lo spazio appariva continuamente instabile e frantumato, per mezzo dei continui spostamenti cui era costretto l'agente della CIA Jason Bourne/Matt Damon, in una miriade di set/location (l'India, Berlino, Amsterdam, Mosca, Monaco, Napoli, la Virginia del Sud), in United 93 Greengrass limita gli spazi che fanno da sfondo alla vicenda: le torri di controllo di Boston e di New York, l'interno dell'aereo sequestrato dai terroristi arabi. Così l'effetto di continua perdita dei corpi che riusciva a comunicare quello spazio infinito, qui si cristallizza in un set "volutamente" claustrofobico, che imprigiona i corpi, impedendo loro ogni via d'uscita; complici il montaggio parallelo e serrato di Christopher Rouse (Paycheck di John Woo) che colpisce senza sosta il racconto e i corpi, e i colori freddi e lividi della fotografia di Barry Ackroyd (Dust, Sweet sixteen, Un bacio appassionato), che fascia le intense immagini del film: quelle che tagliano le inquadrature dei volti scioccati del personale delle torri di controllo dinanzi alle immagini dello schianto degli aerei contro il "World Trade Center", e quelli terrorizzati dei passeggeri sequestrati sul volo 93.
Ma il lavoro di Paul Greengrass sullo spazio della messa in scena in United 93 è parallelo a quello sul tempo; mentre in The Bourne Supremacy il percorso labirintico di Jason e lo sfaldarsi del tempo erano il riflesso dell'ossessiva ricerca dei frammenti di una memoria perduta, qui Greengrass non ha che da riprodurre gli istanti tragici di un tempo/evento che ha cancellato qualsiasi possibilità di una paramnesi, di qui la scelta di limitare gli spazi, di raccontare la vicenda del dirottamento in tempo reale, di immettere immediatamente nell'azione, senza prima introdurre le singole esistenze che persero la vita sull'aereo. United 93 è un film degno di attenzione; un film con il quale Paul Greengrass rivela, prima di tutto con quella potente dissolvenza in nero che oscura lo schermo insieme allo schianto dell'aereo, che il cinema non è solo un lascito di memoria.
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