CANNES 59 - ''Day Night Day Night'', di Julia Loktev (Quinzaine des Réalisateurs)

Non c'e' una virgola nel titolo, non c'e' un momento in cui senti calare la luce e arrivare il buio, in cui scopri una linea di demarcazione, tra la vita e la morte. Ma il cinema dell'esordiente regista statunitense e' di preparazione e azione, che sembrano pero' vivere in due mondi troppo differenti.

Non c'e' una virgola nel titolo, non c'e' un momento in cui senti calare la luce e arrivare il buio, in cui scopri una linea di demarcazione, tra la vita e la morte. Una giovane ragazza si sta preparando a compiere un attentato suicida al Time Square. Dal suo inglese non traspare nessuno accento particolare, quindi e' impossibile capire da dove proviene. Non apprenderemo mai i motivi per i quali la ragazza ha deciso di compiere l'atto estremo pur non avendo nessun dubbio nel compierlo. Non sapremo per chi lavora. Sappiamo solo che indietro non potra' tornare. Il primo lungometraggio della regista americana di origini russe, si concentra soprattutto sulla condizione psicologica alla quale deve far fronte chi decide di immolarsi, si concentra sui minimi movimenti, sui gesti impercettibili, sui dettagli appena visibili. Come per una piccola Giovanna d'Arco, la regista si sofferma, piazza la sua macchina a mano a pochi centimetri dal suo viso, oppure la segue nel cammino verso l'annullamento. L'austerita' del volto di una ragazza disperata e' attraversato dal furore e dal movimento caotico della citta'. La figura del kamikaze e' divenuta una forma di simbolo culturale, che ha dato diverso materiale al cinema, soprattutto negli ultimi anni. Day Night Day Night sembra seguire la strada di un recente film, Paradise Now, di Hany Abu-assad. La mente di un kamikaze e le sue ultime ventiquattro ore, con la macchina che indugia sul volto della ragazza, cercando di indagare nei suoi pensieri. Questa insistenza e perseveranza stilistica, a lungo andare, pero' comporta una certa schematizzazione che scade spesso nella retorica. Anche se forse, l'aspetto piu' interessante del film e' nel volersi tenere distante dalla tendenza di fare del kamikaze una figura ''positiva'', ma prova a scoprire la vulnerabilita', il disorientamento. I silenzi che invadono la pellicola, per quasi tutto l'arco del film, non lasciano dubbi sull'influenza di alcuni dei piu' grandi registi francesi del passato, come Melville o Jacques Becker (vedi la struttura meticolosa de Il buco) e del presente, come i fratelli Dardenne. Day Night... e' diviso in due parti: la preparazione e l'azione che sembrano essere due veri e propri film diversi. La preparazione riguarda l'indottrinamento, la ricerca della fiducia verso i suoi mandanti, la cancellazione di ogni senso per l'esistenza se non quello di voler raggiungere prima possibile qualcuno su in paradiso. Tutto e' uno schema, un'organizzazione meticolosa e precisa: come in un campo di concentramento, tra cromatismi asfissiati e silenzi assordanti. La macchina da presa e' quasi immobile e il cinema resta quasi in disparte, isolato come la protagonista della sua storia. L'azione e' tra le strade di New York, con la macchina a spalle, che sporca e rende nervoso lo sguardo. Al di fuori della stanza di albergo, adesso si e' nella strada, preda dell'imprevedibile, come inciampare, cadere e guastare il meccanismo della bomba nascosta nello zaino. In fondo alla storia, c'e' una soggettiva della ragazza, che si apre al mondo che avrebbe ripudiato, ma dal quale non viene ricambiata.  

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