CANNES 59 - "El labirinto del fauno" di Guillermo Del Toro (Concorso)
Il mondo ricreato da Guillermo Del Toro e' inghiottito da un'oscurita' incapace di comunicare quel senso di vertice e di vuoto, legato ai viaggi della mente verso i paesi dell'immaginario e del fantastico.

Ultimo film in concorso al Festival El labirinto del fauno, scritto e diretto dal regista messicano Guillermo Del Toro (Mimic, Blade 2, Hellboy) si presenta come un racconto fantastico ambientato nella Spagna del 1944. La guerra civile e' finita da cinque anni. Carmen (Adriana Gil), da poco risposatasi, si reca a vivere con la figlia Ofelia (Ivana Baquero) ed il suo nuovo sposo, l'autoritario Vidal (Sergi Lopez), capitano dell'armata franchista. Ofelia scopre nella nuova casa un misterioso labirinto, all'interno del quale Pan (Doug Jones), il guardiano del luogo, le rivela che lei e' la principessa scomparsa di un reame incantato, da qui ha inizio la sua ricerca. Nel film di Guillermo Del Toro il racconto fantastico e' solo marginale, una metafora per descrivere la violenza dittatoriale della Spagna franchista, non a caso il regista sembra rivolgere la sua attenzione piu' alla figura del capitano Vidal, e al suo scontro con i partigiani, che alla ricerca di Ofelia. Così il mondo fatato, grottesco e gentile al tempo stesso, del grande disegnatore del fantastico Arthur Rackham, alle cui illustrazioni lo stesso Del Toro ha detto di essersi ispirato per riprodurre l'atmosfera del suo film (affidata tra l'altro ai colori pastosi e saturi della fotografia di Guillermo Navarro suo abituale collaboratore) e' solo scorciato, senza avere la visionarieta' di un grande affabulatore come Tim Burton. Lo stesso mondo sotterraneo ricreato dallo scenografo Eugenio Caballero (Romeo+Giulietta, Seres Humanos) e' inghiottito da un'oscurita' incapace di comunicare il senso di vertice e di vuoto, legato ai viaggi della mente verso i paesi dell'immaginario e del fantastico. Quello di Guillermo Del Toro si presenta allora come un mondo senza alcuna creatività, schiavo dell'allegoria di cui si nutre; un mondo fatto di corpi che non vibrano, ma di semplici marionette sistemate e "inquadrate" in un teatro filmato, forse solo in questo senso sarebbe esatto richiamare le "pitture nere" di Goya, altra ispirazione del regista. La sua Ofelia e' un'Alice, la cui discesa nel mondo delle meraviglie non ha lo stupore di una trasformazione dello sguardo.
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