GERMANIA 2006 - Calcio e TV: dal fuori-gioco al fuori-campo
Il calcio iper-post-moderno restringe il cerchio, accorcia il gioco, globalizza gli spazi vuoti: lo spettatore televisivo è chiamato in causa come uno degli spettatori diretti della scena, è trasportato, esplicitamente, da una posizione di fuori-scena a una posizione di fuori-campo, invisibile, ma legato all'azione.

Il calcio è lo sport più ingiusto: si può vincere pur giocando male, non meritando, giocando al risparmio. Allora non è più sport e diventa "semplicemente" un fenomeno sociale. Quando penso al calcio soffro, mi diverto e spero, e guardando i suoi figli (chi gioca e chi parla come me) scopro magicamente quanto i nostri "padri" si somiglino. Ma a differenza del passato, il calcio giocato di oggi è sempre meno fotogenico perché "gonfiato" e allora è "preda", più che del cinema, della televisione: immagino per le strade tedesche il massiccio sventolio (come non mai) dei tre colori del senso di colpa storico, per ritrovare quello spirito patriottico, mai innocente pur se da troppo tempo rimosso. (Ri)trovare l'innocenza perduta o mai conosciuta, attraverso lo sport più popolare del mondo, è ciò che cerchiamo insistentemente. In Italia, qui da noi, bisogna fare i conti però con la TV-realtà che fa della TV la realtà della TV stessa e ci si perde nel mondo della ridondanza dove quel sentimento di appartenenza si frantuma tra l'affiliato SKY e l'accontentato RAI. Sembra perdersi definitivamente anche quel senso di appartenenza a una corposa maggioranza al di qua dello schermo. Nel calcio, come in televisione, oggi non si tratta soltanto del "diritto del più forte" bensì del suo desiderio. La legge del più forte copre, protegge e rafforza il godimento. Il calcio iper-post-moderno restringe il cerchio, accorcia il gioco, globalizza gli spazi vuoti: lo spettatore televisivo è chiamato in causa come uno degli spettatori diretti della scena, è trasportato, esplicitamente, da una posizione di fuori-scena a una posizione di fuori-campo, invisibile, ma legato allfazione. La televisione si appropria dei corpi, si serve di essi, per farne cosa propria, propri oggetti, propri giochi. La tratta dei corpi è la confessata condizione del gioco del calcio e della cattiva maestra televisione. Non come il (grande) cinema egualitario che si pratica tra ineguali condannati dal grande schermo a ritornare sulla loro iniziale disuguaglianza: i potenti vi diventano fragili, i poteri reversibili, i troni rovesciati, i deboli rafforzati, le vittime degne. Quindi, come il cinema, anche il calcio, prima ancora di studiarlo e vederlo, va ascoltato, forse alla radio, magari rincorrendo antiche voci che rotolano come la pellicola, come un pallone.
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