GERMANIA 2006 - Orfeo Grasso e... la palla al piede!
Come il cinema, anche il calcio vorremmo sospendesse il mondo e mettesse in movimento il senso. Ai creduloni presi a/dal calcio, a quelli che (si) perdono, piace in fondo non rompere le catene, ancora no; si vive per un battito d'ali agognato che prima o poi, certamente, arriverà, anche dall'Orfeo ormai grasso. Non possiamo non crederci.

L'ansia da prestazione è passata allo spettatore calcistico, che aspetta la magia, l'incanto, il ricamo. Al calciatore resta eseguire, senza steccare. Se poi dinanzi agli occhi ti ritrovi gli "Adoni" del calcio, gli Orfei Negri dell'arte seduttrice, non resta che attendere il delirio. I brasiliani sanno raggiungere armonie ineffabili di forme geometriche e di ritmo, attuare giocolierismi che rasentano la prestidigitazione. Non sono come i cugini uruguaiani e argentini, abili giocolieri combinati ad uno opportunismo tattico così marcato da rasentare furba ipocrisia. Almeno non lo erano fino al 1982, quando un certo Paolo Rossi ha tagliato la catena DNA. Contro i croati sono scesi in campo disponendosi con un 4-2-2-2, variante per funamboli del 4-3-3. Gli stregoni del muscolo coordinato e del giocolierismo oggi però hanno sollevato il baricentro da terra (vedi Lucio, Kakà, Adriano) e rincorrono ormai quella palla solo tra un comando "azione!" e l'altro, aspettando il "cut" decisivo", improvviso, che tagli le difese, incredule e sofferenti. Sembra che il calcio, anche per loro, sia soltanto oggi una palla al piede, da trascinare, come una croce da sopportare. La stessa croce che cronisti e opinionisti ci convincono esista ancora: al Brasile non è concesso giocare come gli altri, il giallo oro deve rappresentare la sospensione, la ricreazione al sole, senza pensieri lugubri sul gioco più ricco, più malato, più amato, più odiato del mondo. La palla al piede una volta sprigionava una sorta di magia cosmica nel moto: una volta quella stessa palla, la mamma brasiliana rifilava al pupone in fasce per farlo star quieto. Perché la palla è un giochetto dai poteri ipnotici e a volte all'interno può avere anche una palla più piccola, una pallina, che ruotando produce un suono attraente. La palla del fenomeno Ronaldo, dell'imperatore Adriano, del pendolino Cafù, oggi sembra di spine, più spigolosa, legata al piede da una catena ostile, che inchioda i corpi allo stupore obbligato. Quella palla una volta, e ancora oggi, ma forse solo su spiagge battute dal sole, rotola, salta, rimbalza per magia, mai per inerzia o per attrito. In Brasile, nell'eden del calcio, la palla si padroneggia ormai con fatica, non resta che ritrovare l'equilibrio perduto e superare la selezione di massima, controllando cuore e polmoni prima di tutto. Di quel Brasile incapace o incurante di unire la magia cosmica della sfera all'invenzione e al metodo di gioco, non resta che qualche barlume ed un bambinone dentone, che già nella culla mordeva e rosicchiava pezzi di cuoio a chiazze, per esplorare il suo mondo, il suo futuro da condannato a divertire. Noi spettatori stiamo ancora aspettando il dono, anche se in fondo siamo assai cinicamente volubili: vorremmo che il Brasile diverta ma non umili, vorremmo partite sempre sofferte e in bilico, vorremmo più spesso gladiatori con la palla al piede che calciatori con la palla da piede dello stesso colore. Come il più semplice dei gesti cinematografici, di un'inquadratura fissa, anche il calcio vorremmo sospendesse il mondo e mettesse in movimento il senso, che ci getta nella perplessità delle scelte, nella ricerca dei punti di vista. Come al cinema, a noi creduloni presi a/dal calcio, a tutti quelli che (si) perdono, piace in fondo non rompere le catene, ancora no; si vive per un battito d'ali agognato che prima o poi, certamente, arriverà anche dall'Orfeo ormai grasso. Non possiamo non crederci: il non ingenuo che non desidera essere ingannato o che rimpiange di esserlo stato non va al cinema e odia il calcio o addirittura preferisce in questi giorni il cinema, come occasionale palla al piede.
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