GERMANIA 2006 - David Odonkor... di padre ganese

L'Italia multietnica ancora non esiste, ma non bisogna disperare, la nazionale d calcio da anni ha imboccato la strada giusta per diventare terra dei lavoratori modesti, degli sfruttati e mal pagati. Insomma quel che ci vuole per aprire definitivamente allo straniero del dribbling e della corsa, della forza atletica e dell'umiltà.

La palla gira nello stesso verso in ogni angolo del mondo. In molti se ne sono accorti, anche chi di calcio ne vuole capire poco, masticandolo ogni quattro anni, magari. Tra le migliori 24 squadre del mondo, alcune provengono dal Continente nero, da quel continente che lotta divertendosi, che gioca pulito e non è quotato in borsa. Ma il continente nero, da decenni, da varie generazioni segna il passo, regala campioni, fortifica patrimoni genetici, stravolge peculiari propensioni tattiche e tecniche delle nazionali storicamente importanti. Quindi non si sta parlando soltanto del Camerun 82, Nigeria 94, Costa d'Avorio 2006. Si parla anche di David Odonkor, numero 22, di padre ganese, che corre i 100 metri in poco più di dieci secondi e vederlo scorazzare sulle fasce al fianco di teutonici corazzati, fa un certo effetto. È giovane, non sembra essere un campione dalla classe cristallina, ma è certamente il simbolo dell'ibridazione devastante, terribilmente incontrollata, che il calcio, lo sport, la musica, il cinema, l'arte in generale, hanno provato ad accogliere e abbracciare. In Germania, il caso vuole per esempio, che negli ultimi anni, i registi cinematografici più premiati e conosciuti siano di origini turche. Senza parlare di Paesi colonizzatori come la Francia e l'Inghilterra, ormai da decenni, o addirittura da secoli, ricchi di oriundi, nazionalizzati, sangue misti. Tornando a Odonkor, si è visto subito che la Germania ha cambiato passo al suo ingresso, ha cambiato ritmo, trovando spiragli insperati sulla destra, dove un piccolo mezzo africano testardamente ha calato la testa sul pallone. Così è andata: la partita era quasi finita e la Germania non riusciva a superare la Polonia rimasta in dieci uomini. All'ultimo tentativo, Odonkor è arrivato sul fondo, bruciando nello scatto un omone dell'est e ha tagliato sul primo palo un cross per Neuville (altro naturalizzato), pronto a ribadire in rete di suola. Niente male nel giorno in cui, ironia della sorte, sugli spalti, durante la partita Tunisia-Arabia Saudita, si è visto sventolare un nostro tricolore griffato "Venezia-Giulia".

Viene da pensare, e poi da preoccuparsi, al pensiero che in Francia invece, nonostante rigurgiti nazionalisti, rivolte parigine, e stanchezza dei fuoriclasse, continuino a nascere e a prolificarsi tanti piccoli Henry, antilopi nere, imprendibili e devastanti come le più belle e ammalianti sirene del calcio moderno. E l'Italia? L'Italia del calcio sembra, ancora una volta, lo specchio fedele di una società divisa in due: una che vorrebbe ma non può, l'altra che potrebbe ma non vuole. L'Italia del calcio avrebbe bisogno di una legge contraria alla Bossi/Fini capace negli anni solo di alimentare la clandestinità e con essa favorire naturalmente le organizzazioni criminali, quelle addette alla selezione di frontiera: almeno facessero dare un calcio al pallone, così come possibile lascia passare. Ci manca probabilmente quella propulsione speciale che scorre in altre vene, al di la del mediterraneo e delle terre dei nostri emigranti. I vivai dovrebbero arricchirsi di scattisti naturali che brucino l'erba e anche di mezzofondisti dalla corsa monotonamente elevata. Siamo energici ed anche probabilmente sufficientemente rudi, agonosticamente parlando. Argentini e uruguagi, di origine italiana, in un lontano passato hanno determinato lo spostamento dell'asse calcistico mondiale dal Rio della Plata al Po e al Naviglio, ma non è bastato per capire che per essere competitivi non è più sufficiente aprirsi al gioco fondato mirabilmente su prerogative atletiche danubiane con lo stile e il brio dei sudamericani. Inoltre, questo spiccato realismo degli italiani a proteggere le difese, potenti agili, e flessibili, per poi ripartire in contropiede, potrebbe un giorno subire un duro risveglio e trovarsi sommerso da tanti piccoli Henry, barbari conquistatori, dal sorriso splendente e dalle lunghe, scultoree e potenti leve. L'Italia multietnica ancora non esiste, ma  non bisogna disperare, la nazionale d calcio da anni ha imboccato la strada giusta per diventare terra dei lavoratori modesti, degli sfruttati e mal pagati. Insomma quel che ci vuole per aprire definitivamente allo straniero del dribbling e della corsa, della forza atletica e dell'umiltà.

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