GERMANIA 2006 - Parliamo di calcio, parliamo d'altro

Lo sport più popolare abdica alla sua funzione agonistica, perde la sua caratura di evento e diventa un modo per ristabilire una parvenza di normalità in un sistema alla deriva. Funzione opportunistica, forse romantica, molto cinematografica.

Discutere di calcio è il miglior modo per parlar d'altro. Perché il calcio è qualcosa in più di uno sport, è un paradigma. Di cosa, lo si può decidere di volta in volta, poco importa: quel che conta è che partendo dal calcio si può esplorare un universo che va dal corollario folkloristico fornito dalle tifoserie, alle brutture della nostra società (che inevitabilmente nel pallone si riflette) fino ai dibattiti e alle battaglie ideologiche di chi vuole la tecnologia applicata all'arbitraggio e chissà cos'altro.

Questa natura proteiforme di quello che dovrebbe essere soltanto uno sport è interessante e negli ultimi Campionati del Mondo sembra aver messo particolarmente in evidenza tanto le sue potenzialità quanto i propri limiti. Non tanto perché è diventato realmente difficile affrontare l'argomento "calcio" in senso stretto: le partite poco interessanti, infatti, "impediscono" o quantomeno rendono difficile soffermarsi principalmente su tecniche e giocatori. Inoltre la natura di evento che il Campionato dovrebbe ricoprire è ormai sempre più slabbrata e pare procedere per direzioni differenti, in un movimento centrifugo che dal centro (il pallone) dipana mille direttrici in direzioni opposte. Come in un impeto autoconsapevole, il calcio si arrende all'altro e i confini tra linguaggi (televisivi innanzitutto) si contaminano in maniera caotica. Fatto già curioso di per sé, considerando che questo è il mondiale con la più bassa copertura mediatica che si ricordi. La Rai ha abdicato al suo storico ruolo di cronista unico e Sky rimane una riserva per pochi eletti. Il Processo di Biscardi è in panchina, smanioso di riprendere su 7 Gold e i vari speciali del caso occupano discretamente i palinsesti notturni (dove fanno parlare di sé più per la starlette di turno che per la qualità dei commenti). In prima serata i canali privati oppongono invece una certa controprogrammazione, pur con i limiti del periodo di bassa stagione: Italia 1 vara il nuovo programma Grimilde, Canale 5 rispolvera il consueto pacchetto di film tv dedicati all'alta tensione, tutto come se fossimo in una qualsiasi estate, come se non ci fosse l'evento da temere.

Ma è interessante anche quanto accade all'interno della "riserva" (o dell'universo) del calcio: prendiamo la partita Italia-Ghana. L'insistenza con la quale telecronisti e telecamere indugiano sulla figura di Alena Seredova (compagna del portiere Gianluigi Buffon presente tra i tifosi) ci dice di una contaminazione ormai inestricabile fra calcio e gossip.

Fantastica coincidenza è peraltro il fatto che tanto il calcio, quanto il mondo dello spettacolo siano adesso al centro di due inchieste scandalo, per le quali sono stati coniati i (brutti) neologismi "calciopoli" e "spettacolopoli". Che lasciano emergere l'idea di un sistema perfettamente integrato nella sua vergognosa essenza, dove il parlare di calcio è il miglior modo per mantere sotto la proverbiale coperta i segreti da non rivelare. Parlare di calcio per non parlare d'altro in questo caso. Per questo motivo, la vittoria della nostra nazionale non viene invocata per merito sportivo o per convinzione di una sua reale superiorità rispetto agli avversari, ma per ristabilire l'immagine del calcio italiano all'estero. Il gioco diventa lo strumento di maquillage attraverso il quale ristabilire una parvenza di rispettabilità. Infatti si invocano le sanatorie. E per questo il fallo di De Rossi fa rabbia non per la sua gratuita cattiveria, ma perché ci rovina il trucco tanto faticosamente costruito, quello di una nazionale che, pur espressione di un calcio malato, può comunque far valere una specie di sospensione d'incredulità. Opportunista, forse anche romantica.

Il che ci riporta, con un balzo nemmeno troppo azzardato, al cinema: quello che attualmente vediamo "sembra un film" per usare un'espressione corrente, dove piccoli uomini cercano di costruire un'illusione più grande, dribblando un intreccio perverso di sport, spettacolo e politica. E c'è chi, come noi con questo speciale, tenta, romanticamente, di decodificare proprio la componente mitopoietica insita in questo intreccio dalle maglie troppo strette. Di farci credere che, come ha enunciato Francesco Saverio Borrelli, il sistema non sia malato, sia ancora possibile credere in un calcio, forse avulso dalla realtà, ma comunque pregno di una sua componente epica. Ma, come ricorda il grande Oliviero Beha nella sua striscia del Tg3, è la classica illusione di chi non vuol vedere. La Tv per una volta diventa lo specchio di una realtà, ci mette di fronte al nostro fallimento, come società, come sportivi, come analisti del linguaggio affetti da inguaribile romanticismo. Che fare allora? Arrendersi o continuare a sognare?

Nell'attesa di una risposta, meglio parlare/scrivere d'altro. Ovvero di calcio. Che, anche nel Male, si dimostra comunque un interessante termometro per tastare il benessere del mondo. E per capirne le contraddizioni e svelarne i meccanismi. Non a caso quanto bello e cinematografico è ciò che riserva Blob nel suo costruire e ricostruire percorsi dove il calcio, lo spettacolo, la politica e il folklore si mescolano in un abbraccio stordente ma efficace. Efficace perché con gli elementi forniti dal linguaggio delle immagini ci parla della realtà. E' cinema, ma è anche verità. E' la miglior chiosa a tutto questo incredibile e inestricabile nodo di "altro", di cui parlare, scrivendo di calcio.

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