GERMANIA 2006 - Io, Andrej...
Proprio mentre stai per lasciare quel centro di accoglienza SKY, senti scricchiolare le poltrone, senti il tipico incitamento ansimante pre-goal e allora ti rigiri verso lo schermo e scorgi l'uomo simbolo involarsi solitario verso l'area saudita. Il calcio che vive nella vibrazione di un gesto e nell'esperienza di un volto.

Il mondiale ha già regalato i primi verdetti: alcune squadre dovranno abbandonare il campo e presto le partecipanti saranno dimezzate. È tempo dei primi addii più o meno scontati e previsti. Tra le nazionali ancora in bilico, ancora in lotta per un posto negli ottavi di finale, c'è l'Ucraina del nobile Andriy Schevchenko, ex attaccante del Milan e passato qualche settimana fa al Chelsea del suo ex connazionale, il russo Roman Abramovich, miliardario della tundra. "Io, andrei..." avrà detto il calciatore, ormai anche ex idolo della folla rossonera. Ha chiesto a sorpresa d andar via, dopo qualche incomprensione con il solito allenatore di turno, dopo aver disputato un campionato sottotono e dopo aver capito probabilmente l'aria pesante che cominciava a tirare anche nella casa della libertà del calcio. Lui, Andriy, si aggiunge alla lunga, interminabile e spietata lista degli ingrati, dei senza cuore e senza bandiera che nel calcio dettano i tempi, apparendo e scomparendo come anarchici fantasmi che rubano l'anima e l'ingenua credenza su uno sport non più trascendentale ma appartenente ormai al regno dell'immanenza. Al circolo sportivo, per la partita contro i modesti sauditi, tutti gli "Andrej" italiani, si sono dati appuntamento nell'intervallo dei lavori ripudiati dall'italiano che non ha il disperato coraggio di dire, appunto, "io, andrei", alla mamma, alla famiglia, alla sua terra. Ad attenderli c'era il commento della Gialappa's Band, dissacratrice e maestra dello sfottò. Gli ucraini, ancora una volta, tutti vicini l'uno all'altro sulle poltrone del circolo, hanno provato quel senso di "spaesamento" che li accompagna per quasi tutto il giorno, ogni giorno. Dov'è finita la telecronaca di sempre? Possibile che gli italiani, all'apparenza così tanto accoglienti, debbano trovare sempre il modo di prendere in giro chi soffre in silenzio la lontananza, l'abbandono o, chi non sa neanche cosa siano entrambe, sente comunque un inspiegabile e tormentato vuoto intorno a se. Loro, gli Andrej, si sono probabilmente sentiti traditi o anche semplicemente lontani dall'integrazione: da quella sala TV, dopo poco, gli italiani sono andati tutti via, lasciando esultare gli ingenui da soli, senza concedere condivisione, sorrisi compiacenti, giocate comunitarie, contrasti e confronti.

L'indifferenza, dopo, piano piano, si è trasformata anche in un realistico declino che piega la spiritualità del calcio alla duplicazione del mondo esterno, a volte ferocemente ostile, a volte pericolosamente pietista e a volte ancora terribilmente indifferente. Ma il calcio ha un sussulto: come il cinema, è tutto nella presenza dell'immagine, nella fisicità delle emozioni, per cui il trascendente diventa l'immanente che vive nella vibrazione di un gesto e nell'esperienza di un volto. Allora, proprio mentre stai per lasciare quel centro di accoglienza SKY, senti scricchiolare le poltrone, senti il tipico incitamento ansimante pre-goal e allora ti rigiri verso lo schermo e scorgi l'uomo simbolo involarsi solitario verso l'area saudita. Nella valigia Schevchenko, quando è partito, ha portato con se l'egoismo e i paraocchi dei grandi attaccanti diffidenti e pertanto tutti noi sapevamo come sarebbe andata a finire: diagonale sul secondo palo e amen. Invece, niente. Il grande "ingrato" tocca centralmente per l'accorrente e solitario compagno, libero da marcature perché nel frattempo i difensori, come mosche sul pallone, si sono fatti attirare dall'attaccante. Goal!!! È il quarto e ininfluente goal rifilato agli arabi; Schevchenko avrebbe potuto incrementare il bottino personale, ma ha deciso di cambiare, di aprirsi o semplicemente ha ritrovato la sua gente, il suo humus, il vero amore, la sua casa, la porta giusta. Dopo il "miracolo", la conversione, l'attaccante è sostituito e, battendosi il pugno sul petto, lascia il campo, va a riposarsi, felice di riabbracciare chi lo aveva visto un giorno andar via. Non si può lasciare la sala, la partita va seguita sino alla fine, per rispetto, per onore, per aver avuto la sensazione, per un attimo, di condividere una gioia extracomunitaria. Io, resto!!!
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