GERMANIA 2006 - Metonimie
Questa immagine di Ronaldo, bloccata in situazione, è in sé metonimica, in essa la parte richiama appunto un tutto assente/distante/non visibile, in un intreccio di segni che dicono, ancora una volta, paura, perdita, rabbia, desiderio; segni di un'incessante vitalità, di quella forza che regge il corpo e lo porta avanti in un "motus in fine velocior".

"Un minimo di contaminazione tra parola e immagine, tra simmetrico e asimmetrico, tra minimo - appunto - e massimo non può realizzarsi che attraverso l'espandersi del segno verbale in un segno grafico che non ne sia l'equivalente, ma il pro-seguimento" (G. Dorfles).
I corpi dei due calciatori in azione non si toccano, i muscoli delle loro gambe sono tesi e protesi nella corsa, mentre i loro occhi rincorrono il pallone che scivola, sospeso (immobile) sul terreno di gioco, a poca distanza da loro. La sfera, inseguita dal corpo e seguita dallo sguardo dei due, è il centro (decentrato) del loro movimento, del loro presente volersi spingere oltre i limiti dell'istante che li avvicina, e, insieme, oggetto che attira e attrae l'emozione di questi corpi e di questi sguardi, trattenuti e contenuti in un intervallo necessario ad ogni possibile elisione, elusione ed illusione. Gli sguardi dei due si incontrano sul pallone, fulcro dell'eventuale toccarsi e fremere dei loro corpi che gravitano intorno alla sua rotondità; "girotondo" che mette in circolo quella logica delle sensazioni, oscillante ai margini del centro di gravità cui tendono, nella loro singolarità, gli stessi. Il corpo di Ronaldo, catturato nell'immediatezza dello slancio, occupa tutta l'altezza del quadro; corpo imponente in relazione con la tenuta, la postura, la meccanica del corpo, che disegna, dalle braccia fino ai talloni, una linea serpeggiante, che delimita il movimento dell'avversario, sbilanciato e ripiegato su se stesso. Corpi né intricati né districati, né abbracciati né separati, in un fermo immagine che, se da un lato, arresta il libero gioco dei gesti, dall'altro permette di assaporarne prestazioni, volti e colori, più come pensiero di scarto, che come possesso d'oggetto.
Questa immagine, bloccata in situazione, è in sé metonimica, in essa la parte richiama appunto un tutto assente/distante/non visibile, in un intreccio di segni che dicono, ancora una volta, paura, perdita, rabbia, desiderio; segni di un'incessante vitalità, di quella forza che regge il corpo e lo porta avanti, in un "motus in fine velocior".
Giovedì sera il Brasile si è qualificato agli ottavi di finale vincendo la sua terza partita contro il Giappone per 4 a 1 (dopo i successi contro la Croazia e l'Australia); ma il vero protagonista della serata è stato Ronaldo. Il "Fenomeno", vincitore della Scarpa d'Oro ai mondiali del 2002 con otto reti, ha segnato una doppietta, eguagliando il record, di quattordici reti, detenuto da Gerd Muller nella classifica dei migliori realizzatori nella fase finale dei Campionati del mondo (le altre quattro reti erano state realizzate dal calciatore brasiliano a Francia '98). Il Brasile giocherà, martedì 27, gli ottavi contro il Ghana. La squadra africana, classificatasi seconda nel girone E dietro all'Italia (battendo la Repubblica Ceca e gli Stati Uniti), e arrivando a ricoprire il ruolo a suo tempo della Nigeria (USA 1994) e del Senegal (Giappone/Corea 2002) al loro esordio nella Coppa del Mondo. Il protagonista della partita (vinta dal Ghana contro gli Stati Uniti per 2 a 1) è stato Stephen Appiah, il ventiseienne centrocampista del Fenerbahce (vecchia conoscenza del calcio italiano, avendo giocato nell'Udinese, nel Parma, nel Brescia e nella Juventus), oltre ad aver realizzato il rigore che ha fissato il risultato, è stato l'esecutore delle migliori trame offensive della sua nazionale. Così in attesa della partita di Dortmund contro il Brasile, continua l'avventura tedesca del Gahna.
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