GERMANIA 2006 - Anche libero va bene
"Anche libero va bene", come colui che sa determinare la misura delle sue azioni, prima dell'inconscio che non conosce la negazione della sconfitta e l'esaltazione della vittoria. Nel calcio di oggi però nessuno è più "libero": tutti a nuotare nell'immenso liquido amniotico dell'incomunicabilità, legati al cordone della solitudine.

Quando nel sorprendente film d'esordio alla regia di Kim Rossi Stuart, il padre, protagonista della storia, accetta finalmente che il figlio scelga autonomamente lo sport da praticare, arrendendosi allo "strapotere" del calcio, chiede allora al bambino quale ruolo gli piacerebbe coprire. Il figlio resta spiazzato ma abbozza una risposta:" potrei giocare a centrocampo..."; il padre, che ancora non ha mollato totalmente i fili frustranti del comando e del rimorso, aggiunge:" potresti fare invece il libero... libero è bello...". Anche libero va bene, come colui che sa determinare la misura delle sue azioni o come colui che è al di la di tutti e di tutto, prima del portiere, prima dell'estrema difesa, prima dell'inconscio che non conosce la negazione della sconfitta e l'esaltazione della vittoria. È alla nostra coscienza imperfetta che appartiene l'asimmetrica ideologia del conflitto. Anche libero va bene, perché non ti fai schiacciare dai tuoi compagni di linea, resti sempre qualche metro indietro, ma sei sempre il primo a capire cosa accade: il distacco regala prospettive nuove, utopie realizzabili, profetiche anticipazioni. Ma nel calcio moderno il libero non va bene, è superato, demodè. Si gioca in linea, quasi tutti a zona, a coprire la propria area di competenza. Nel calcio nuovo nessuno è più libero, tutti a nuotare nell'immenso liquido amniotico dell'incomunicabilità, legati al cordone della solitudine. Ma non vuole essere il solito trattato del rimpianto e dei consueti lamenti: il calcio è quello che è per forza, non può essere diverso, altrimenti non sarebbe limpido specchio di un'era, prosa essenziale del potere e del comando spalmato in un regime autoritario dei pochi che lentamente cede al totalitarismo, capace di suscitare entusiasmo e la volontà di mobilitare le masse. Ma c'è sempre qualcuno, che "fortunatamente" ancora fa il furbo o addirittura disperatamente prova a divincolarsi: nella difesa italiana, argentina, inglese, portoghese (tutte squadre giunte ai quarti di finale), per esempio, c'è sempre l'ultimo baluardo che fa un passo indietro, senza dare troppo nell'occhio, per non essere tacciati di antiestetismo, per non fare la figura dei reazionari, pronti a utilizzare miseri espedienti anacronistici. In fondo il calcio è ancora di più un bambino dalle ginocchia sbucciate, dalla testa fasciata e dalle scarpe bucate, un bambino che fatica a ritornare a galla, come forse è capitato all'ex terzino della Juventus e della Nazionale Gianluca Pessotto, lanciatosi dalla terrazza di un palazzo, in preda (dicono) ad una crisi depressiva. Gianluca Pessotto, da buon terzino, sempre al servizio della squadra e del compagno, umile gregario della corsa e della disciplina, probabilmente non ha saputo determinare la misura delle proprie azioni, al di la di tutto e di tutti, ma avrà comunque pensato, un attimo prima, senza voler dare troppo nell'occhio, che in fondo: "Anche libero va bene...".
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