VENEZIA 63 - "Zwartboek (Black Book)", di Paul Verhoeven
Apparentemente un film bellico con dentro però il respiro e i colori di un torbido noir, potente macchina spettacolare ma anche opera sensuale e disperata, con potenti echi fassbinderiani. Un grande ritorno, autentico e sentito, questo del regista olandese a sei anni di distanza dal suo ultimo film, "L'uomo senza ombra"

Ha apparentemente la struttura del film bellico. In realtà Zwartboek ha il respiro e i colori di un torbido noir, è un film di 'discesa agli inferi', pieno di personaggi ambigui e sinistri, totalmente imprevedibile nei suoi risvolti. E' un grande ritorno quello del cineasta olandese a sei anni di distanza dal suo ultimo film, L'uomo senza ombra, realizzato negli Stati Uniti nel 2000. Ma Zwaertboek rappresenta anche il ritorno di Verhoeven in Europa - il film è infatti una coproduzione olandese, inglese tedesca - e rinnova la collaborazione con Gerard Soeteman, lo sceneggiatore di opere come L'amore e il sangue, Il quarto uomo e Soldato d'Orange.
Il film, ispirato al libro Grjis Verleden (Passato grigio) di Chris van der Heyden, è quasi tutto un lunghissimo flashback. Le immagini iniziali sono infatti ambientate in Israele nel 1956 dove Rachel (Carice Van Houten, davvero un potenziale premio per la Coppa Volpi) vive assieme alla sua famiglia e insegna in una scuola. Sul presente s'impongono però potentemente i segni di una memoria tragica che portano a una mutazione spaziale e temporale. L'azione si trasferisce così in Olanda nel settembre del 1944. Lì Rachel, dopo aver assistito impotente allo sterminio della sua famiglia ad opera dei soldati nazisti del comandante Franken, riesce a salvarsi miracolosamente e ad unirsi ad esponenti della resistenza capeggiati da Kuipers. Per scoprire i responsabili della carneficina la donna assume una nuova identità che le consente di infiltrarsi tra gli alti ufficiali tedeschi. Un giorno però il figlio di Kuipers viene catturato. Rachel così sarà incaricata di sedurre l'ufficiale Müntze per cercare di liberarlo.
Il regista e lo sceneggiatore hanno lavorato al film per oltre 20 anni costruendo un'imponente macchina spettacolare degna di film come Robocop e Starship Troopers. Allo stesso tempo però Zwartboek rappresenta anche un'opera pienamente sentita, potentissima emotivamente e a livello di tensione ma dove sono presenti anche echi fassbinderiani nelle immagini di Lola che si esibisce cantando davanti agli ufficiali tedeschi, e anche in quei décor del quartiere generale nazista dove le luminosità accese e i colori fin troppo densi (che contrastano con il bianco e nero e i grigi dei momenti in cui la protagonista svolge la sua attività assieme agli altri membri della resistenza) sembrano come dei segni (come avviene nell'opera non solo di Fassbinder ma anche di Visconti) non ridanno forma alla Storia ma la cristallizzano definitivamente. C'è in Zwartboek un pulsante erotismo malato come in Basic Instinct, ma ricorrono anche le tracce del travestimento e quel continuo odore di morte di Showgirl, e quella perdizione di Il quarto uomo. Lo sguardo del cineasta olandese inghiotte dentro un vortice, in un film fatto di continui spostamenti sinusoidali come in Basic Instinct, pieno di mezzi dal treno, alle automobili, al traghetto. Ferro, terra, acqua quindi, autentico cinema materico visivamente, ma anche pieno di colpi di scena continui dove la presenza della guerra è un'ombra inquietante anche nel finale. C'è il movimento di macchina finale che rivela i soldati e le camionette. Uno spazio quindi esteso, quasi infinito, ma dove Rachel resta sempre come intrappolata per sempre.
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