VENEZIA 63 - "The Hottest State", di Ethan Hawke (Orizzonti)

Il cinema di Ethan Hawke sorprende non per la sua carica di immedesimazione, ma probabilmente per la contraria forza di espulsione che ci fa ritornare sui passi già percorsi, senza aver più paura di essere assorbiti anche solo per un attimo. È un salto non troppo alto, ma quotidiano e naturale che i corpi non smetteranno mai di provare.

Tratto dall'omonimo romanzo del 1996, scritto dallo stesso Ethan Hawke, Lo stato più bollente non è solo il Texas, dove la storia nasce, ma è anche lo stato febbrile del primo amore. William è un giovane ragazzo partito da Dallas per New York per fare l'attore, con un'infanzia difficile e due genitori separati e con un padre (interpretato dal regista) che ingombra ancora i margini della sua vita. Incontra Sarah e subito perde la testa, fino a ritrovarsi solo con i propri ricordi di un passato mai compreso. La relazione con Sarah porterà Williams ad attraversare la parabola "gaia" del sentimento per trovarsi vicino alla svolta che non arriva mai e che non scorgi mai all'orizzonte. Bisogna avere una giornata limpida e chiara per ingannare gli occhi sulle distanze da percorrere, ma per il cuore che è d'oro, in alcuni istanti irripetibili, cosa puoi dare mai in cambio, nella nebbia dei pensieri che ti assalgono e fanno sembrare pericolosamente più vicino il baratro della felicità o della condanna. In poche parole, si tratta di una storia d'amore, della prima breve e passionale storia di annullamento e follia giovanile, che acquista significato perché catalizzatrice di una maggiore consapevolezza di ciò che è stato. William resta aggrappato a Sarah grattando via la crosta superficiale dei ricordi, fluttuanti e volubili non per gli occhi ma per il cuore. Non è mai troppo tardi per avere un'infanzia felice. Ethan Hawke, al suo secondo lungometraggio dopo quello del 2001, Chelsea Walls (presentato a Cannes), lambisce il cinema di Richard Linklater, dopo aver lavorato in Before Sunrise, Training Day e Before Sunset. Il suo non è cinema parabolico e perfetto, come non lo è il cuore della sua storia, ma è piuttosto teneramente, cinicamente e angosciosamente frastagliato, mai sporcato dallo sperimentalismo visivo puro, ma sinceramente tagliato sull'implosione dell'esistenza che si espande senza tregua.  Lo sguardo taglia i sentieri e le strade del ritorno a casa, si dilunga sulla sofferenza e sull' euforia, come se fossero sempre nella stessa inquadratura e solo semplicemente sovrapposte, l'una e l'altra, ma mai l'una sull'altra. Il cinema di Ethan Hawke sorprende non per la sua carica di immedesimazione, ma probabilmente per la contraria forza di espulsione che ci fa ritornare sui passi già percorsi, senza aver più paura di essere assorbiti anche solo per un attimo. È un salto non troppo alto, ma quotidiano e naturale che i corpi si trovano a fare, tra aperture da road-movie e strozzature intimiste: Hawke ricorda l'indipendentismo visivo americano ma solo lontanamente, non per rifiuto di adesione, ma più per "superba" ispirazione, che diverte e commuove, disperde e ritrova, annoia e sconvolge, ripara e riparte. Hawke, resta sempre con la macchina un po' indietro, defilato (come il suo personaggio di padre ferito e lontano), e quando si avvicina pericolosamente, non si intromette con superbia, ma resta a guardare, senza spostare, non trova quasi le parole e quelle che trova le riscopri come essenziali e immensamente inutili, cupe e grunge, sempre in cerca di un'identità imperfetta e distruttiva.        

 

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