VENEZIA 63 - "Sept Ans", di Jean-Pascal Hattu (Giornate degli Autori)
Storia di contatti mancati e mancanti, il film sembra avere a che vedere con la fallacità e l'inganno che i sensi del nostro corpo operano sulla nostra mente. Di nuovo echi di Kieslowski dunque in un film dall'apparato visivo non proprio esaltante ma dalle implicazioni "teoriche" quantomeno affascinanti

Filmare/registrare i sensi. Nel suo primo lungometraggio "di fiction" il documentarista Jean-Pascal Hattu decide di misurarsi proprio con questa sfida, (di)mostrando ancora una volta l'impossibilità e la vana ricerca (kieslowskianamente) "senza fine" del contatto reale con l'altro. Storia di contatti mancati e mancanti: Maitè e Vincent, moglie e marito, sono dilaniati dal desiderio insoddisfatto di uno verso il corpo dell'altro - l'uomo è in carcere, dove deve scontare una pena di sette anni, i due si vedono due volte a settimana per dieci minuti scarsi in un parlatorio: a poco o a niente serve che Maitè impregni i vestiti che porta come ricambio all'amato galeotto del suo particolare profumo, o l'emozione tattile della mutandina di lei appena sfilata da sotto la gonna e regalata al marito: la percezione sensoriale è sempre frammentaria, circoscritta, mai completa e avvolgente. Allora non resta che chiedere all'amico secondino Jean di sedurre e soddisfare sessualmente la moglie fuori dalla prigione - avendo cura di premere il tasto 'rec' di un registratore audio che immortali gli ansimi e i respiri di Maitè che fa sesso in auto con la guardia del carcere, per farli poi riascoltare a Vincent che potrà finalmente così sentire nuovamente la passione della donna. Sept Ans sembra allora davvero avere a che vedere con la fallacità e l'inganno che i sensi del nostro corpo operano sulla nostra mente, e sul nostro cuore: e "guardami, guardami" ansima Jean al culmine dell'atto amoroso - come se la vista fosse un'assicurazione di veridicità, di passione reale negli occhi della donna che continua comunque a pensare al marito, e non si concede al secondino se non c'è il registratore acceso - il registratore, per i tre ormai un oggetto-feticcio inquadrato lì da Hattu sul cruscotto dell'auto mentre fuoricampo si odono i due fare sesso, immagine-strumento-simbolo di questa nostra perversa utopia per cui si possa provare un'emozione identica a quella reale (e magari a volte superiore a questa) attraverso la sua riproduzione con mezzi meccanici. Che bisogno ha allora Maitè di farsi realmente arrestare dai poliziotti per capire cosa vuol dire per il marito vivere in prigione, se poi nota che "in carcere ci si dovrebbe sentire isolati, rinchiusi - io invece non sento niente, non provo niente di tutto ciò"? Di nuovo echi di Kieslowski dunque in un film, questo di Jean-Pascal Hattu, dall'apparato visivo non proprio esaltante (i primi due-tre minuti fissi sul particolare dell'asse da stiro su cui la donna poggia i vestiti e poi ci passa sopra il ferro lasciano presagire subito l'impianto, come dire, intimistico dell'opera...), ma dalle implicazioni "teoriche" (?) quantomeno affascinanti: Hattu d'altra parte è un documentarista per la tv (autore tra l'altro di Gardez la sourire, opera incentrata sulla giornata di una guardia carceraria donna), ed ha quindi sempre avuto a che fare con il paradosso terribile della percezione - della registrazione... - oggettiva dei sensi e delle sensazioni.
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