VENEZIA 63 - "Volevo solo raccontare il cuore di tanta gente per bene americana. Il grande cuore di queste persone, che sacrificano la loro vita per altri.", incontro con Oliver Stone
Oliver Stone è a tutt'oggi il vero caso ancora aperto. Per la prima mondiale del suo World Trade Center a Venezia il regista americano finalmente torna a far discutere. Con la sua onesta anarchia di sempre. Figura che sfugge, lontana mille miglia da qualunque stereotipo ideologico.

Giunto puntuale alla rituale conferenza stampa ufficiale, Stone risponde alle prevedibili, necessarie domande dei numerosi giornalisti in sala di tutto il mondo, mentre due attori di WTC lo scortano seduti sorridenti. Comparse piacevoli stavolta. Ma anche questo era nel copione.
Ci si aspettava da lei un film più impegnato, più polemico. E invece è risultato un semplice racconto storico sulla strage delle due Torri Gemelle, quasi solo a raccontare buoni sentimenti e patriottismo...
Mi spiace molto che la pensiate così. Volevo semplicemente fare una storia non convenzionale, presa da testimonianze vere. Queste persone - alcuni sopravvissuti - nei loro racconti non hanno mai espresso giudizi politici. E poi volevo mantenermi alla storia e basta. Alle volte si sente il bisogno di raccontare per far capire, non necessariamente criticare.
Esiste una figura anomala nel suo film, che tutto fa pensare fuorché ad un film puramente storico. Quella del marines, che viene descritto in un modo del tutto personale, quasi un invasato, un crociato dinnanzi alla sua Croce. Sarà poi lo stesso che vorrà partecipare alla guerra in Iraq. Esiste allora nel suo film un tentativo critico?
Nulla di tutto questo. Sarebbe interessante un giorno fare un film sui risvolti di questa immane sciagura. Ma non era questa la mia volontà. Volevo solo raccontare il cuore di tanta gente per bene americana. Il grande cuore di queste persone, che sacrificano la loro vita per altri. Perché sanno di fare in quel momento la cosa più giusta. Ciò che d'ora in poi potrà aiutarci a sopravvivere sarà il cuore. Ho fatto molti film sulla morte, ma non mi ci ero mai avvicinato come ora, così tanto. Volevo far capire agli spettatori che il marine è tornato in Iraq per vendicarsi. E penso che questo sia un sentimento legittimo.
Una bella differenza dal suo Assassini nati ad oggi. Cosa è cambiato in lei?
Secondo me questo è un film che tocca le corde del cuore. Era questo il mio intento. La mattina della tragedia ho appreso anche io, come tutti, dalla Tv ciò che stava accadendo. In quel momento mi sono sentito affranto, ho provato quello che hanno provato tutti gli americani. Il film nasce su commissione del produttore e dello sceneggiatore. Una proposta che mi ha subito entusiasmato. Mi piaceva la storia e come era stata scritta. Mi sono sempre rifiutato, per rispondere alla domanda, di fare film inutili, convenzionali. Il mio scopo è fare film che possano servire. Quando girai Assassini nati sentivo che c'era bisogno di raccontare lo straripare negli anni novanta della violenza e della sua rappresentazione. Allora fare quel tipo di film voleva significare fare un film anticonvenzionale. Oggi un lavoro come World Trade Center ha lo stesso carattere. Oggi il popolo americano ha bisogno di questo. Ed è anche necessario, doveroso non dimenticare il sacrificio di quanti hanno perso la vita nel solo tentativo di salvarne un'altra.
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