VENEZIA 63 - "Farval Falkenberg (Farewell Falkenberg)", di Jesper Ganslandt (Giornate degli autori)
"Farval Falkenberg" è, prima di tutto, una stranissima commistione tra la rappresentazione autobiografica e il racconto poetico-generazionale dove i ricordi e i sapori di un luogo vengono a confondersi con l'improvvisazione riuscendo a raggiungere intensità ed equilibrio.

La scintilla è immediata. Farval Falkenberg, opera prima di Jesper Ganslandt, stringe il cuore e bagna lo sguardo dopo averlo più volte immerso nell'incanto. Cinque amici, un luogo (la cittadina Falkenberg del titolo) e un'estate. Forse l'ultima che i giovani amici riusciranno a passare tutti insieme, prima degli addii, dell'approdo all'età adulta, del tempo che scorre. Il cuore di questa pellicola svedese è tutta qui. E' un progetto che il giovane Ganslandt (classe '78) è riuscito a mettere in piedi con un budget decisamente poco rilevante, utilizzando collaboratori tecnici e attori con cui è cresciuto e le cui esperienze sono servite durante la stesura del progetto. Farval Falkenberg è infatti, prima di tutto, una stranissima commistione tra la rappresentazione autobiografica e il racconto poetico-generazionale dove i ricordi e i sapori di un luogo vengono a confondersi con l'improvvisazione riuscendo a raggiungere intensità ed equilibrio. Un vero e proprio work in progress suddiviso in capitoli, dove a turno i personaggi del film (che, come in Elephant di Van Sant, portano lo stesso nome degli attori che li interpretano) vengono messi a nudo davanti a una cinepresa che gli sta sempre addosso.
E' una sincerità, quella mostrata da Ganslandt, che però non rimane mai ancorata alla semplice cronaca del quotidiano, ma, anzi, abbraccia un respiro più ampio, che travalica i corpi stessi per diventare 'scrittura mentale'. Il film è stracolmo di momenti magici, in cui la macchina da presa riesce a liberarsi da ogni rigida sovrastruttura per abbracciare pensieri e spazi, aprendosi verso un astrattismo miracoloso, puro, lontano da ogni falso compiacimento. Montato e fotografato splendidamente, Farval Falkenberg ha la stessa dolce malinconia della canzone pop preferita, del racconto di formazione, della 'linea d'ombra' che attraverso la confezione diaristica assurge a esperienza percettiva sorprendente. Un bellissimo esordio che getta rinnovata luce sul cinema scandinavo e non solo.
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