VENEZIA 63 - "Per l'uomo è difficile accettare che la felicità sia una creazione della fantasia". Incontro con Alain Resnais.

Una volta ha definito i personaggi dei suoi film come marionette, prigionieri nel teatro di Guignol, ma un Guignol tragico. Alain Resnais ritorna in concorso a Venezia con "Private Fears in Public Places" (Coeurs), trasposizione dell'opera teatrale di Alan Ayckbourn.

Una volta ha definito i personaggi dei suoi film come marionette, prigionieri nel teatro di Guignol, ma un Guignol tragico. Alain Resnais ritorna in concorso a Venezia con Private Fears in Public Places (tradotto in francese semplicemente con Cœurs), dopo il Leone d'Oro nel 1961 per L'anno scorso a Marienbad e il Leone d'Oro alla carriera del 1995. Il film racconta una storia di persone sole, personaggi che sembrano agitarsi in una sorta di acquario o bolla di sapone, mentre fuori nevica. A muoverli è sempre il senso di solitudine, di vuoto, l'ossessione per la felicità, mentre il tempo scorre rapido, incessante, frantuma sogni. Tratto dall'opera teatrale di Alan Ayckbourn (il commediografo più rappresentato il Inghilterra negli anni Ottanta, del quale Resnais aveva già adattato Intimate Exchanges, tradotto in Smoking/No Smoking), è l'ennesima prova di grazia, crudeltà, ironia, del grande regista francese. Alla conferenza stampa c'erano tutti i protagonisti del film: Laura Morante, Lambert Wilson, Pierre Arditi, Isabelle Carrè, André Dussolier, Sabine Azéma.

 

Perché ha deciso di trasporre un'opera di Alan Ayckbourn?

Sono un ammiratore delle opere di Alan Ayckbourn dal 1972. Mi piace come costruisce la trama, manipola il tempo e concepisce la regia dando all'immaginazione l'orgoglio del luogo.  

 

Come mai ci sono due titoli per il film?

La verità è che praticamente è impossibile tradurre un titolo di Ayckbourn in altre lingue. Abbiamo quindi cercato di trovare un titolo che andasse bene solo alla fine del primo montaggio del film. Sono venuti fuori ben 104 titoli diversi. Cœurs mi è sembrato il più adatto per grandi paure e non piccole come sembrerebbero quelle quotidiane.

 

Che effetto le ha fatto tornare a Venezia dopo il Leone d'Oro del 1961?

Mi ricordo ancora quei giorni come se fosse ieri. Ricordo che alla prima proiezione dopo quaranta minuti di film in sala metà pubblico sghignazzava e batteva i piedi sul pavimento come segno di protesta. Chiesi anche di interrompere la proiezione perché proprio non riuscivo a resistere. Ma nella seconda parte del film le cose si modificarono e ribaltarono. L'altra metà del pubblico rimasta in silenzio all'inizio, ha cominciato ad applaudire a scena aperta e alla fine mi sono ritrovato con il primo premio. Memorabile.

Da che cosa in particolare è stato attratto da questa opera teatrale?

Ho percepito da subito che l'opera è un tessuto di contraddizioni. È percorsa da una permanente condizione fluttuante ed esitante che domina le nostre vite. È questo che ho voluto soprattutto mostrare. Sono stato particolarmente attratto dalla costante determinazione dei personaggi a scrollarsi di dosso la solitudine, con tutte le difficoltà che questo comporta. Il senso di solitudine è irreversibile, non c'è nulla che possa curare il desiderio di essere soli. È l'eterna ricerca della felicità. È facile credere che sia alla tua portata e difficile accettare, invece, che sia solo un prodotto della tua immaginazione. Sono convinto che i nostri destini siano spesso guidati. I nostri destini possono cambiare per un incontro casuale di una persona che magari non vedrai più, per tutto il resto della tua vita. Ecco perché mi piace pensare di vivere in una sorta di acquario un po' rumoroso e fosco.

 

Ancora una volta il rapporto con il teatro è esplicito anche nella messa in scena...

In verità non ho mai sentito la differenza tra teatro e cinema. È un po' la vecchia storia in cui si parla delle grandi differenze tra lingue. Anche i semiologi in realtà sono convinti dell'esistenza di sostanziali similitudini tra le svariate lingue del nostro pianeta. Anche il teatro e il cinema hanno importanti punti in comune, come il fatto di non poter chiedere che vengano interrotti per rivedere una scena. Poi ho sempre pensato che i miei personaggi sono delle marionette, prigionieri nel teatro di Guignol, ma un Guignol tragico. Di solito comincio a sognare i personaggi, poi prendono corpo, poi cominciano a muoversi.     

 

Non le pare che però negli ultimi anni sia cambiato anche il ruolo delle donne al cinema?

E' vero, ma questo fa parte di un fenomeno storico che riscontro anche nel mio modo diverso di fare cinema.

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