VENEZIA 63 - "Passato-presente-futuro è l'immagine che attraversa le mie storie, i mie personaggi, la mia idea di cinema". Incontro con Kurosawa Kiyoshi.

Il suo attesissimo horror "Sakebi (Retribution)" - storia di un detective perseguitato da una donna fantasma in rosso, di cui pensa essere il suo stesso killer - prosegue così gli stilemi di un genere, che il regista ben conosce e che stavolta arricchisce con maggiori elementi visionari e con tracce più riflessive sul suo cinema.

Spaesato, quasi intimorito dalle telecamere e dai flash, il regista giapponese Kurosawa Kiyoshi per la prima volta sbarca a Venezia e confessa di non essere molto abituato a tanta gente e a tanta attenzione per una sua opera. Il suo attesissimo horror "Sakebi (Retribution)" - storia di un detective perseguitato da una donna fantasma in rosso, di cui pensa essere il suo stesso killer - prosegue così gli stilemi di un genere, che il regista ben conosce e che stavolta arricchisce con maggiori elementi visionari e con tracce più riflessive sul suo cinema.

 

Un elemento importante nel suo cinema e soprattutto nel suo ultimo film è la rappresentazione costante e ossessiva del flusso temporale. Non è così?

 

Si, proprio così. In tutte le mie opere - Sakebi lo dimostra - ho sempre trattato passato-presente-futuro, cercando di indagare sulle ragioni del loro mutamento, della loro percezione e relazione. Il film è stato girato a Tokyo e non è un caso. Io ci abito. In questa città non esiste il passato. Si vive il presente come visione del futuro. A differenza di Venezia, che riesce a combinare passato e presente: parlo della convivenza della storia antica con quella attuale, fatta di negozi, insegne, luci, presenze quasi futuristiche.

 

 

Come è avvenuta la scelta dei luoghi per Sakebi?

 

Il film è ambientato a Tokyo. Ho scelto un quartiere della città molto particolare, direi quasi anomalo. E' una zona della costa, dimenticata da tutti, molto trascurata. Qui curiosamente convivono elementi del passato insieme a quelli del presente. E' un simbolo enigmatico di come possano esistere sempre parti del mondo che ci vivono accanto e che ignoriamo.

 

Cosa vuol dire Sakebi?

 

Ho scelto questa parola, che in genere nella nostra lingua non viene molto usata. Vuol dire "urlo" e ho immaginato che potesse dare un'idea del film molto forte. All'inizio avrei voluto usare "uramescia", un'espressione molto diffusa in Giappone: letteralmente significa "io ti odio". Il sottotitolo è "castigo".

 

Perché ha scelto Hazuki ad interpretare il ruolo della protagonista?

 

Lei in Giappone è molto conosciuta. Ed ha la fama di essere una persona molto silenziosa, misteriosa, direi quasi un'immagine mitologica.

 

Nel film la protagonista indossa un abito rosso. Perché questo colore?

 

Forse c'è una ragione più o meno precisa. Avrei voluto usare per la verità il bianco, ma è un colore anche troppo usato. In genere ci si identificano i fantasmi giapponesi. Mi serviva il rosso per esprimere maggiore sicurezza, un tono più deciso in contrasto con le paure, la fragilità di lei.

 

Questa storia ha una sua morale?

 

Penso di si. Per meglio dire un messaggio. Vorrei che si comprendesse meglio il significato del tempo. Mi interessava scoprire cosa possono fare le persone del presente per rispondere al passato, compensarlo. Un messaggio che si identifica con il tema centrale di Sakebi.

 

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