VENEZIA 63 - "A Guide to Recognizing Your Saints", di Dito Montiel (Settimana della critica)

Poca America e molta Europa in questa famiglia di una New York anni Ottanta e malinconica. Ma l'America e il suo cinema sono là, e oltre gli omaggi c'è un modo originale e convincente, intimo e realista, di affrontare e rappresentare la realtà, la memoria, il ricordo.

Who cares about tomorrow? Dice la canzone che chiude l'opera prima di Dito Montiel, tratta dalla stessa autobiografia del regista, A Guide to Recognizing Your Saints. E potrebbe essere il sottofondo di tutto il film, originale commistione di cinema e vita, omaggio al cinema americano degli anni Settanta e insieme pellicola intima e realista con uno sguardo nuovo. How crazy is this fucking city? Poca America e molta Europa in questa famiglia di una New York anni Ottanta e malinconica, che soprattutto nel finale ricorda più le periferie britanniche che la sfavillante decadenza della Grande Mela. Ma l'America e molto suo cinema sono anche là, con le ragazzine di strada come in Taxi Driver, il niente e il vuoto adolescenziale di Kids, il tempo che passa su e giù tra Manhattan e Coney Island, la figura paterna (Chazz Palmintieri) come in Bronx, il sogno californiano, genitori annichiliti come quelli di Alex in Arancia meccanica, strade di vita e pericoli e morte come in Sleepers. Queste sono le suggestioni presenti nel film di Montiel, a cui si aggiungono momenti più reali del reale, come nel ritorno a casa del protagonista (Robert Downey Jr.) che incontra sua madre, Diane West, faccia che tocca e buca ai livelli di Vera Drake. Eppure non ci sono solo omaggi, citazioni e nostalgia. C'è anche un modo convincente di affrontare e rappresentare la realtà, la memoria, il ricordo. Come accade davvero nella testa, quando a sbalzi un particolare o una frase evocano un insieme progressivo, così sono i flashback nei flashback di Montiel. Come accade quando il dolore, il trauma, la violenza calano definitivamente il sipario sull'infanzia, così il regista sceglie una luce progressivamente discendente - sfavillanti, accesi, luminosi i colori del passato, buio, metallico e sbiadito il presente. E allo stesso modo il movimento concitato, veloce, quasi da ripresa amatoriale delle scene adolescenziali, in casa tra i genitori e gli amici, cede il passo alla staticità e alla lentezza del presente del protagonista, fatto di riflessione e di ritorno. Tema centrale del film è il rapporto conflittuale tra padre e figlio: rabbia di chi resta, senso di abbandono, incomunicabilità - grumi di dolore che toccano, per quanto film, coerentemente con il suo profilo 'still life', avrebbe potuto esplorarli più a fondo, anche senza necessariamente farli esplodere. Davvero buone le interpretazioni di tutti gli attori, complice e divertente il modo in cui si presentano da personaggi; al posto poi delle scritte in coda, Montiel sceglie una soluzione inaspettata - anche se forse ingenua - per dichiarare definitivamente la verità del suo film. Una buona opera prima che non cede, neanche sfiora, il compiacimento e le brutte cadute nei sentimenti; onesta, senza sbavature, con tratti di universalità.

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