VENEZIA 63 - "Egytleneim" di Gyula Nemes (La settimana della critica)

Mentre Gyula corre per le strade, Nemes inciampa, si fa male. Anche a costo di sembrare più bello e di rendere lo sporco dei quartieri maldestro, irrespirabile. E per questo più autentico, spietato

Sentirsi ventenne e non esserlo affatto. Questa la sorte dell'esordiente alla regia Nemes, a Venezia col suo autobiografico "Egyetleneim", voce nella rassegna "La settimana internazionale della critica". A Budapest - palpabile anche troppo - non vede l'ora di tornarci, di essere lì come un tempo a spaccarsi di noia e rimorchiate, disco e puttane. Libere, idiotissime pazzie. Mentre Gyula corre per le strade, Nemes inciampa, si fa male. Anche a costo di sembrare più bello e di rendere lo sporco dei quartieri maldestro, irrespirabile. E per questo più autentico, spietato.

Niente di tutto questo: la sua donna, unico appiglio per una concederci uno straccio d'amore, viene dalla strada. Una scelta compiaciuta, anche per spararla in primo piano ad inizio di partita. Ma di cosa vivrà questa gioventù? Questa la boriosa morale da combattere: Gyula corre con tutte le sue forze contro il vento, il tempo, la vita. E in questa posa povera, assente, dissociata si svolge il corso della trama. Senza cedere mai. Senza stancarsi di irritare. Quasi volendo costruire il disagio, il singhiozzo acustico, il sobbalzo improvviso e incontrollato dello sguardo. Che bella lezione di vita un curioso tassista, che ricorda al ragazzo le ragioni del vivere: "la tua strada è quella che hai dentro, devi solo seguirla"! Stufi, siamo stufi di vedercelo ancora tra gli occhi questo infoiato che corre tra la folla, passando da una donna all'altra e inventandosi il modo, il fallimento degli approcci. L'approccio migliore sarebbe stato forse per il regista lasciar perdere il didascalico commento visivo a braccetto con la storia, quasi come "se il movimento in sé potesse apparire la sola, unica verità". Nemes si nasconde, non fa altro che questo. Con le migliori intenzioni di chi non vede altro che una videocamera che si diverte a filmare, follemente orgogliosa di se stessa, fintamente naturale. Unico pregio: una buona dose di sana psichedelia - non certo originale - che tuttavia ammorba, si asciuga in un baleno dentro una manciata di minuti.

L'ultima sequenza che scorre tra i titoli di testa segna il passo più volgare, il gesto che affligge. Ma così sia. Aspettare un altro film del regista sarebbe concedergli parecchio. Ma aspettiamo. Con l'assoluta certezza di tanarlo a pomiciare. Senza metterci la lingua. Solo allora Gyula ci dirà la verità.

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