Venezia 63 - "L'intouchable" di Benoît Jacquot (Concorso)

L'intouchable è il film che Benoît Jacquot presenta nel concorso veneziano. Stilisticamente diviso in due parti, il film soffre, nella sua prima parte, di alcune consuetudini del cinema francese, aprendosi, nella seconda, ad uno occhio laico sulla realtà indiana nella quale è ambientato, riuscendo a misurare la distanza di questo distacco.

Jeanne (Isild Le Besco) fa l'attrice, è cresciuta senza conoscere il padre e ha il desiderio di incontrarlo. Ma suo padre è indiano, così Jeanne decide di partire alla volta del Paese asiatico. Sarà il ritorno a casa, però, a ridarle il sorriso.

L'intouchable è il film che Benoît Jacquot presenta nel concorso veneziano. Film che suscita molte perplessità che derivano da una schizofrenia tra la prima e la seconda parte. Questo andamento a corrente alternata rende l'opera irrisolta, quantunque vadano valutati, positivamente, alcuni apprezzabili residui risultati.

Nella sua prima parte, durante la quale si assiste al lento crescere del desiderio di Jeanne di incontrare il padre, ai dissidi con la madre e all'irrequietezza di chi progetta una fuga, il film ricalca, soffrendone, alcune consuetudini del cinema francese. Il mestiere consolidato di Jacquot (Ilsettimo cielo, Tosca, Sade, tanto per citare alcuni suoi ultimi titoli) non consente comunque a L'intouchable di sfuggire a quel raggelamento dei sentimenti, frutto di precise scelte artistiche, attraverso l'utilizzazione di scenari disadorni, povertà della fotografia, dialoghi nervosi e quant'altro necessario allo scopo che, a volte, è così caro al cinema d'oltralpe. L'insistenza e l'eccessiva digressione su questi elementi, nuoce al risultato finale tanto da restituire più volte l'impressione del già visto, che diventa fastidio, con larghi sconfinamenti nella noia.

Di contro il film apre alla sua seconda parte (ci si scuserà l'insistere su questa, solitamente, intollerabile ripartizione, ma la nettezza della scelta del contesto, obbliga a queste drastiche decisioni) tutta ambientata nella tanto desiderata India. Qui il registro muta. Jacquot, con un lavoro di inaspettato spiazzamento, abbandona i canoni stilistici precedenti e, quasi mettendo a frutto gli insegnamenti di un certo documentarismo descrittivo e ipnotico, conferisce al proprio sguardo, obbligando quello dello spettatore nello stesso senso, una originale e peculiare laicità nei confronti di un Paese, sinonimo per gli occidentali di meditazione e ascesi mistica. Ne deriva un distacco e una distanza davvero poco usuali, in situazioni del genere.

Anche Jeanne fa parte del gioco e con i suoi abiti tutti occidentali e la sua ignoranza delle cose indiane, risulta innocentemente inadeguata, fuori posto e mai davvero dentro un paese che non comprende e che non le appartiene.

Qui il pregio maggiore del film: riuscire ad utilizzare il personaggio come chiave della misura di questa presa di distanza, come metro di questa differenza.

Il cinema di Jacquot si fa qui cinema "sporco" consentendo i frequenti sguardi in macchina dei locali incuriositi dal lavoro dell'operatore. Non si tratta, evidentemente di errori, troppo evidenti e numerosi per essere tali, quanto piuttosto di un tentativo di aprire un confronto, di ipotizzare una, alquanto inconsapevole, partecipazione corale. Il testo non fornisce soluzioni. Ogni opinione resta benevenuta.

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