VENEZIA 63 - "La stella che non c'è", di Gianni Amelio (Concorso)
E' pieno di buonavolontà il cinema di Amelio, che si sforza di uscire fuori dalle pastoie di certo cinema italiano tutto dialoghi e trenta-quarantenni con le loro crisi sentimentali. Amelio guarda oltre, cerca vie di fuga, prova ad attraversare territori sconosciuti, con la volontà, appunto di carpirne il senso e tuttavia smarrendolo inesorabilmente

Amelio sceglie come tema/tragitto/personaggio del suo ultimo film. Dopo il viaggio verso est dell'Albania di Lamerica, quello sud-nord di Ladro di Bambini e Così ridevano, e quello ancora più verso l'estremo nord di Le chiavi di casa, il cinema di Amelio segue incessantemente una direzione verso altrove. Impossibilitato a stare fermo, fisicamente, almeno quanto mentalmente ed emozionalmente è, invece, magmaticamente statico, consolidato, rigorosamente piantato in un terreno/palude dal quale sembra catturato e impossibilitato ad uscire.
E' pieno di buonavolontà il cinema di Amelio, che si sforza di uscire fuori dalle pastoie di certo cinema italiano tutto dialoghi e trenta-quarantenni con le loro crisi esistenzial-sentimentali. No Amelio guarda oltre, cerca vie di fuga, prova ad attraversare territori sconosciuti, con la volontà, appunto di carpirne il senso, e tuttavia smarrendolo inesorabilmente. Proprio Vincenzo Buonavolontà (interpretato da Sergio Castellitto) è il nome scelto per il protagonista di questo La stella che non c'è, un tecnico di una fabbrica italiana che viene venduta ed esportata in Cina, che scopre un difetto molto pericoloso nella fornace e cerca di comunicare agli acquirenti i pericoli che corrono e la necessità di dotarsi di un nuovo pezzo da lui da poco ultimato. Ma i cinesi, complice una traduttrice con la quale Vincenzo non sembra intendersi, non lo capiscono, e lui decide di intraprendere questo viaggio a Shanghai, per andare direttamente lì a portare questo pezzo fondamentale che salverebbe macchinari ed operai da ogni pericolo. Arrivato nella capitale industriale cinese scopre però che gli acquirenti erano solo degli intermediatori e che macchinari e fabbrica sono stati mandati in aree molto lontane, nel Nord della Cina. Trovato l'aiuto della traduttrice Liu (Tai Ling), si avventura in un lungo viaggio alla ricerca di questa fabbrica, attraverso territori sconfinati, scoprendo un mondo a lui sconosciuto, con la forza interiore della giustezza di questa sua particolare "missione". E alla fine forse, il suo viaggio non sarà servito molto ai cinesi che vuole aiutare, ma assai più a una sua particolarissima forma di redenzione...

Pone interrogativi inquietanti il film di Amelio, che supera la prova della visione grazie alla "regia occulta" (perdonateci l'espressione, ma forse bisognerebbe cominciare a ragionare sui film anche con parametri diversi da quella classica dell'autore-regista) di Luca Bigazzi, che ci restituisce un "altro mondo", dove i colori sembrano mescolarsi lentamente, le profondità dei paesaggi allungano lo sguardo assai più di quella dei personaggi, e gli ambienti interni sembrano parlare da soli, con pareti, finestre, porte e corridoi parlanti almeno quanto le parole vuote della sceneggiatura appaiono orli sbiaditi, consunti contorni, sfondi necessari più per far leggere le sceneggiature a produttori e commissioni di finanziamento che non volontà/manifesta di cinema...
E così si resta spiazzati, da una visione che presenta uno, due, tre, troppi punti di fuga. E da una storia/plot che insegue un nonsense senza volerlo, quasi le ombre e le luci sfuggissero alle parole scritte e alla musica, come spesso accade piuttosto ridondanti (ma altre volte anche funzionali), di Franco Piersanti. E allora ci si pone domande, sul perché questa storia, perché questo film, la cui trama non supererebbe neanche una delle "dieci questioni fondamentali" della sceneggiatura vista da Robert Mc Kee. Ci può essere cinema senza che il personaggio, quale esso sia, non subisca nel corso della storia una profonda mutazione? Qual è il demone interiore che rode dentro questo Vincenzo cui Castellitto sembra dare più personali ossessioni che reali tracce di un trattamento approfondito e poi metabolizzato? Chi è questo Vincenzo Buonavolontà e cosa/come ci rappresenta in quanto italiano di oggi? Sappiamo che non ha nessuno, un senza famiglia, ma non ci viene concessa alcuna ulteriore traccia, neppure illusione. Vincenzo è un fantasma, corpo vuoto di un occidente smarrito dentro la profondità del conflitto esplosivo Storia/Modernità della Cina contemporanea. Ma mentre persino un film come MI3 ci consegnava le chiavi di tracce possibili per decifrare scenari e luoghi dell'immaginario del nuovo millennio, Amelio si perde nella "sua" Cina che non capisce, non studia, non indaga, ma si limita ad osservare da vicino/lontano, cercando in pochi attimi di carpirne il senso/destino/futuro dell'umanità. Mentre ha la lucidità per assaporare che è lì, oggi, il "nuovo mondo", non ha poi abbastanza amore per ciò che osserva, che si limita ad accarezzare con dolcezza ma senza una vera, profonda e sciagurata passione. E così celebra il "new horror" italiano, con Castellitto/fantasma in una Cina/castello dove aspettiamo da un momento all'altro aprirsi le tombe e uscir fuori i "demoni del passato". Ma Liu non è Ligeia, lei è materia viva, fin troppo dentro le ferite della Cina reale. E allora La stella che non c'è implode in se stesso, preso da una febbre che ne rende sterile la visione, anche se alcuni vaneggiamenti (ancora le luci strazianti di Bigazzi) ne lasciano intravedere dei possibili spiragli. Ma la "stella", appunto, in questo film, proprio non c'è...
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