VENEZIA 63 - "Il mio è un omaggio alle attrici, ma anche un film politico, sul tema delle utopie". Incontro con Barbara Albert

La regista austriaca presenta in concorso il suo ultimo lavoro, "Fallen". Ritratto lucido e sentito di cinque donne che devono fare i conti con il proprio passato, la giovinezza in declino, e che cercano di dare un nuovo senso agli ideali di un tempo.

Film al femminile, film sulla giovinezza e i sogni perduti, un quadro generazionale di cinque amiche, che devono fare i conti con i compromessi e i bivi della vita. E' una bella sorpresa Fallen, ultimo lavoro dell'austriaca Barbara Albert (Nordrand, Free Radicals), in concorso qui a Venezia. La storia è quelle di cinque donne, ex compagne di scuola, che si ritrovano dopo tredici anni al funerale del loro professore preferito. Il film sarà distribuito con il titolo internazionale Falling e uscirà in Italia il 6 settembre, con il Festival ancora in pieno svolgimento. La Albert, classe 1970, si è presentata all'incontro con i giornalisti insieme alle cinque (eccellenti) protagoniste di Fallen: Nina Proll, Brigit Minichmayr, Gabriela Hegedüs, Ursula Strauss e Kathrin Resetarits.

 

Innanzitutto vogliamo chiederle qual è senso del titolo. Che cosa intende dire con la parola "fallen", cadere? E' un cadere da cosa e verso cosa?

 

E' importante non interpretare il termine in senso puramente negativo. Più che "cadere", sarebbe corretto dire "lasciarsi cadere". La parola esprime una sorta di fuga dei personaggi dalla loro quotidianità, da una vita di compromessi e costrizioni. Almeno per una volta possono lasciarsi andare, cadere appunto, riscoprendo la loro identità, e poter così ricominciare. La parola tedesca "fallen", inoltre, ha un doppio significato. Se come verbo significa "cadere", come sostantivo vuol dire "la trappola". Il titolo esprime così anche la trappola, il senso di costrizione, chiusura in cui si vive, quando occorre abbandonare i sogni e le aspirazioni e si ha a che fare con la realtà. Ed in questo senso, il titolo si collega anche al tema delle utopie, che io ritengo molto importante in questo film.

 

Invece vorremo sapere dalle attrici come hanno visto i loro personaggi, così complessi e proprio per questo concreti, reali.

 

Kathrin Resetarits (Carmen): credo che, tra i cinque, il mio personaggio sia il più misterioso, quello che meno si rivela, che meno parla di sé, della propria vita, del proprio lavoro. E l'approccio di un'attrice nei confronti di un personaggio non può che essere accompagnato da una sorta di inconsapevolezza, che permette di assorbirne lo spirito, gli umori. E' un lasciarsi cadere, appunto.

Ursula Strass (Alex): Mi è piaciuta da subito la figura di Alex, così complessa, contraddittoria. Da un lato mostra una vitalità, un bisogno di gioia e di armonia, dall'altro porta i segni di scelte sbagliate, di rapporti mal gestiti. Ma alla fine, forse, mostra, con decisioni coraggiose, di avere la forza di cambiare, di ricominciare.

 

Brigit Minichmayr (Brigitte): il mio personaggio è quello più legato al passato, ancorato ai sogni, agli ideali. Al momento della morte del professore, la sua storia d'amore con lui non era ancora conclusa. Sente ancora di amarlo. Per questo, tra le cinque amiche, è quella che vive la morte con maggior dolore e tormento.

Nina Proll (Nina): io ho subito considerato il mio personaggio come quello più normale, con minori problemi. E' vero: aspetta un bambino, il padre è ormai scomparso, non è spostata, non lavora e non pu assicurare alcuna sicurezza al figlio. Eppure ha deciso di allevarlo da sola. E in questo senso l'attesa nascita del bambino rappresenta la miglior risposta, il controcanto al funerale, alla morte che segna dall'inizio la storia. In ogni caso, vive con maggior spensieratezza, con più serenità. Avverte in maniera meno conflittuale il passare degli anni.

Gabriela Hegedüs (Nicole): parafrasando Nina, credo che, al contrario, il mio sia il personaggio meno normale. Nicole è una carcerata, ex tossicodipendente, sbandata. Per questo ripone nell'incontro con le vecchie amiche molte aspettative. Va a prender la figlia, si fa dare un permesso, cerca, invano, di ottenerne un altro. Ma quando, poco a poco, comprende che le sue speranze, i suoi entusiasmi  cozzano con distanze forse non più superabili, mostra le sue fragilità e svela le sue sofferenze.

 

Il suo è un film in cui gli uomini sono quasi del tutto assenti. O sono evocati, come fantasmi non più presenti, o scompaiono ben presto nel corso della storia. Si può considerare come "un requiem del maschio"? E, di conseguenza, senza alcun trionfalismo anche "un requiem della donna", incapace di pensare alla propria vita senza un uomo accanto?

 

In realtà non avevo l'intenzione di fare un film su donne oppure un film contro (o senza) uomini. E' un film fatto innanzitutto per le attrici, tutte donne con cui ho lavorato o che ho conosciuto e che, in qualche modo, mi hanno affascinato per la loro bravura. Poi, è naturale che mi sia posta in una prospettiva femminile. Ho cercato di raccontare la storia di donne, che nel finale cercano di ritrovare la strada della partecipazione, del cambiamento. Per questo, tengo a dire, si tratta anche di un film politico.

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