VENEZIA 63 - "Il mio è un cinema che vive del rapporto con la sala. Il film non si svolge sullo schermo, ma tra il pubblico." - Incontro con Ivan Vrypaev
Ivan Vrypaev, regista e autore di Ejforija nella sezione principale, è un nome sconosciuto e il suo film ha diviso il Lido. La sua attività teatrale sembra riversarsi con naturalezza nel cinema che affronta puntando ad una stretta collaborazione tra autore e pubblico.

Regista teatrale e nome del tutto sconosciuto nell'occidentale panorama del cinema, ma va detto che si tratta di un esordio, Ivan Vrypaev, insieme al suo film Ejforija, proiettato ieri sera per il concorso, ha costituito una delle sorprese di questo festival. È stato del tutto inutile dare la caccia alle informazioni che gettassero luce su di lui e sul suo lavoro precedente. Già presente nel mondo dello spettacolo, Ivan Vrypaev si è occupato, fino al lavoro su questo film, esclusivamente di teatro svolgendo sia il ruolo di regista, sia quello di attore. È stato tra i fondatori di un gruppo teatrale attivo a Mosca, con una spiccata sensibilità per i problemi di natura sociale. Tra i loro lavori una pieces su una donna rinchiusa per anni in un ospedale psichiatrico lavoro realizzato sulla base delle testimonianze della protagonista.
Il suo film ha destato grandi entusiasmi, ma anche contrapposti giudizi negativi.
L'incontro offerto dalla Mostra del Cinema ci consente di delinearne un primo profilo.
Qual è la ragione del titolo del film, cosa si nasconde dietro l'euforia?
L'euforia, in psichiatria, è quella sindrome che nasce da una inspiegabile sensazione di massimo e incontrollabile godimento. Nel mio film ci sono due personaggi che si amano, di un amore che ho voluto e desiderato fosse grande, ma, nello stesso tempo, inspiegabile. Essi stessi non sanno dare ragione del loro amore. Questo stato mi è sembrato molto vicino all'euforia o comunque me l'ha ricordata ed è questa la ragione del titolo.

Il suo è un film originale in cui emergono alcuni elementi espressivi ad esempio le lunghe panoramiche dall'alto, ce ne può parlare?
Il mio film richiede una collaborazione, richiede amicizia da parte dello spettatore. La sua costruzione è pensata in modo che sia in continuo e incessante rapporto con la sala. Voglio dire che quasi il film non si svolge sullo schermo, ma in sala, tra gli spettatori. Credo che ogni forma artistica abbia necessità di questa continua collaborazione tra chi realizza, chi produce e chi guarda. Gli attori non sarebbero attori se non ci fosse nessuno a guardarli.
Nulla nel film è nato per caso. Si tratta sempre di assumersi delle responsabilità nel prendere delle decisioni, ma quando le decisioni sono assunte vuol dire che quella era la decisione giusta che arricchisce il film. Il tema poi diventa reale nel processo artistico e credo che il processo artistico sia decisivo. Sul set ho sempre voluto che gli attori sentissero la presenza della cinepresa. Ho voluto quindi dare forma ad un mio pensiero e cioè che l'uomo deve sempre sentirsi immerso nell'ambiente in cui si trova e l'ambiente, il paesaggio deve assorbire dentro di se l'uomo.
Come ha lavorato sulla colonna sonora e quali erano i suoi obiettivi nell'utilizzare quelle musiche?
Non è molto importante il tema musicale, ma per quello che dicevo prima è il suono ad essere importante e questo è merito del tecnico che se ne è occupato e della sua musica. La musica serve a fare capire allo spettatore che si trova al cinema. Posso, forse, e devo riconoscere che la musica in Ejforija è troppa, ma forse è un problema del montaggio. La ragione è che volevamo sostenere la storia attraverso la musica. Per cui non c'è nessuna ricerca di particolare originalità è piuttosto una colonna sonora che serve a sostenere il film. In ogni caso la musica è stata scritta prima dell'inizio delle riprese. Comunque nel mio film non c'è nulla che non è importante e che non merita attenzione, anche l'albero, non soltanto i personaggi, la storia o la musica.

Una curiosità: il personaggio che apre e chiude il film che funzione deve ricoprire?
All'inizio era stato pensato come un personaggio concreto, anche se doveva costituire una sorta di prologo scherzoso di alcuni ragazzi che si divertivano con un cieco. Poi, dopo avere girato le scene, in fase di montaggio, questo personaggio si è inserito nella storia dettando le proprie regole e così da concreto si è trasformato in movimento, il puro movimento di chi parte e forse non arriverà mai e forse non sa neppure lui che non arriverà mai.
Quanto tempo è stato necessario per le riprese e quali problemi ha incontrato visto i suoi precedenti teatrali ad avere a che fare con il cinema?
Le riprese sono durate un anno e mezzo. Quanto ai problemi voglio dire che teatro e cinema si assomigliano molto di più di quanto possa apparire o comunemente pensare. Per cui non avuto grossi problemi nel girare il film e comunque non problemi di natura tecnica, semmai tecnologica, ma che abbiamo sempre superato con la collaborazione di tutti. Credo che sia molto importante la collaborazione sul set. È vero che nel cinema devi gestire più gente che al teatro, ma proprio per questo io ho voluto che ci fosse un ottimo rapporto tra me e i tecnici e tra di loro e per questo forse non ci sono stati particolari momenti difficili da superare.
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