VENEZIA 63: "The Magic Flute", di Kenneth Branagh (Fuori Concorso)
Il regista inglese, sospende il martirio shakespeariano e si confronta con Mozart e con una delle sue opere più famose. Branagh mostra, ancora una volta, il suo fiato corto, la sua presuntuosa convinzione di saper giocare con i sentimenti e la sua proverbiale capacità di saper annullare il cinema.

Si sa, il regista britannico (nato in Irlanda, ma cresciuto in Inghilterra) è considerato dei massimi interpreti moderni del teatro di Shakespeare. Sue sono le trasposizioni al cinema di Enrico V, Tanto rumore per nulla, Nel bel mezzo di un gelido inverno, Amleto, Così è se vi pare. Questa volta si confronta con Mozart e con una delle sue opere più famose. Si tratta, senza mezzi termini, dell'opera riversata sul grande schermo, cercando di inserirla in una storia ideale che potesse ricostruire una narrazione coerente all'interno dell'enigma delizioso e giocoso. Alla vigilia della prima guerra globale, parte la storia di Tamino, che intraprende un pericoloso viaggio alla ricerca dell'amore, in un mondo dominato dalle tenebre e distruzione. Tamino è un soldato e proprio dopo una terribile battaglia, incontra il compagno di viaggio Papageno, con il quale dovrà affrontare una difficile missione: liberare Palmina, la bella figlia della Regina della Notte, che è stata rapita dall'enigmatico ed oscuro Sarastro. Segue una vera e propria avventura musicale dove si decideranno le sorti non solo di due amanti ma dell'intera umanità. Concentrato particolarmente sui personaggi e sulla recitazione nel tentativo di trovare una metafora visiva che abbracciasse tutti i temi dell'opera, Branagh mostra il suo fiato corto, la sua presuntuosa convinzione di saper giocare con i sentimenti e la sua proverbiale capacità di saper appiattire il cinema, subordinarlo a semplice messa a fuoco di commedia e favola, dramma e mistero, avventura e filosofia. L'abbraccio è respinto dal grande schermo che rifiuta di aprirsi e confondersi con il conflitto umano, debolmente accorato e spietato. Più di due ore di noia e pesantezza, e la "gloria" mozartiana è mortificata con la musica e la sperimentazione di set finti e ricostruiti. Emblematica è la prima scena, in cui il regista sorvola il campo di battaglia, sovrapponendo le sue inquadrature volanti, con un frenetico inseguimento, all'interno di una trincea, di un soldato messaggero, che deve consegnare l'ordine di cominciare la battaglia. C'è tutta la triste favola di Branagh, che vorrebbe muovere la macchina come un veterano, come un artigiano visionario, ma si scopre teneramente un fuoriclasse per il cinema, nel senso che potrebbe essere sostituito anche dal più mediocre dei mestieranti che danno il cuore e immaginano di girare ogni volta il film della loro vita.
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