Venezia 63 - "Mabei Shang de fating" di Liu Jie (Orizzonti)
Mabei shanh de fating è un film racchiuso in una cornice panoramica di rara asprezza, Liu Jie, aderisce con misura e la necessaria umiltà a questa storia, con un filmare che, nella pacificazione della forma e nella solarità della fotografia, non può fare a meno di celare le tensioni che scorrono nervose e sotterranee.

Con Mabei shanh de fating (Tribunale a dorso di cavallo) ci si ritrova dentro una Cina fieramente arroccata nelle proprie tradizioni. Feng è un giudice il cui tribunale itinerante che con il fido cavallo, la cancelliera e il giovane aiutante, percorre i villaggi del nord-ovest della Cina dove amministra e distribuisce la giustizia anche attraverso un comune buon senso. Ma la vita del protagonista è segnata dalla solitudine e dalla disperazione.
È a tratti incantevole questo viaggio in una Cina rurale e montanara, così distante dalle atmosfere irrespirabili della Pechino della crescita del pil.
Liu Jie, già tecnico della fotografia in Le biciclette di Pechino, confeziona un cinema a cui sembra non potersi chiedere altro, nella estrema pulizia della narrazione e del suo procedere. Un cinema amorevole nei confronti dei propri personaggi, accondiscendente nei confronti di ogni apparente banalità quotidianità.
Un film tutto racchiuso in una cornice panoramica di rara asprezza che pare riflettere, fino a diventare aperta metafora, le asperità caratteriali dei suoi personaggi.
Mabei shanh de fating, per esplicita dichiarazione dell'autore, prende le mosse da una storia realmente accaduta e che gli ha offerto l'opportunità di questo viaggio all'interno di una regione dimenticata e solitaria del suo grande Paese asiatico. Una Cina ancora oggi poverissima che difende con tenacia le proprie forme di convivenza sociale, come quella del matriarcato e che ha consentito la convivenza di ben dodici differenti etnie, senza che tutto ciò fosse intaccato dalla travolgente modernizzazione. Le corti di giustizia ancora attive in questi luoghi sono un migliaio.
Feng, portatore e difensore di un pervasivo statalismo, perde la pace quando qualcuno gli sottrae il simbolo dello stato che legittima il suo tribunale, comprende le forti tensioni degli abitanti dei piccoli villaggi in cui svolge la propria attività di magistrato, ne smorza la carica litigiosa attraverso il proprio buon senso, coltivando però dentro se la solitudine per l'assenza di una vera famiglia, l'imminente fine della sua carriera accresce il suo smarrimento fino a fare diventare lo scoramento incontrollabile.
Liu Jie, già autore di piccoli film indipendenti, aderisce con misura e la necessaria umiltà a questa storia, con un filmare che, nella pacificazione della forma e nella solarità della fotografia, non può fare a meno di celare le tensioni che scorrono nervose e sotterranee, dal difficile matrimonio del suo giovane collega, all'imminente licenziamento della sua cancelliera che si dimostra amica e confidente fidata. Per cui nulla può ritrovarsi qui al di fuori della narrazione, tutto è all'interno del racconto e della forma, in una ricerca espressiva che fonda molto della sua forza sulla potenza dei paesaggi e sulla variegata galleria di volti. Poi, lentamente, il film si concentra esclusivamente sul vecchio Feng e la sua piccola Corte di giustizia, esaltandone la solitudine come preannuncio della incontrollabile disperazione che troverà rifugio nel gesto estremo che si consuma nell'aspro scenario di quelle inaccessibili montagne.
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