"Ho sempre voluto raccontare la vita, le sue trasformazioni. E ho sempre pensato che il cinema fosse il mezzo più adatto per esprimerle. Con una decisa consapevolezza: abbandonare il vecchio e affrontare il nuovo". Incontro con Jia Zh ...

Presente con "Dong" anche nella "Sezione Orizzonti" di Venezia, il regista cinese Jia Zhangke è uno degli assi nella manica della densissima e prelibata rassegna di film di quest'anno. E' infatti lui l'autore misterioso del film a sorpresa - un rito oramai divenuto tradizione - in concorso ma tenuto in riservatissimo segreto.

Zhangke non è in ogni caso nuovo come ospite illustre della nostra laguna: ha già alle spalle ben due gettoni di presenza, con Zhantai (2000) e The Word (2004). L'opera del regista cinese è stata girata nel vecchio villaggio di Fengjie, luogo stravolto per la costruzione della diga delle Tre Gole. L'autore è noto come esponente attivo del cinema indipendente cinese, cui ha contribuito con uno stile e una influenza estetica di forte matrice rurale.

 

Che rapporto esiste tra le due opere che lei ha presentato a Venezia?

 

Quando giravo Dong sono stato via via attratto durante le riprese dalla natura del paesaggio. E mi cresceva sempre più dentro la voglia di non realizzarne un semplice documentario, ma raccontare una storia.

 

Spesso nei suoi film il protagonista maschile è un intellettuale di estrazione borghese. Stavolta il personaggio viene dal basso ceto. Come mai?

 

In realtà questo personaggio era già presente nei miei film precedenti. Solo che questa volta ho voluto dedicare il film completamente a lui. Tra le altre cose è un mio cugino: il cinema ci ha permesso di avvicinarci molto.

 

Cosa la attrae in una storia?

 

Mi affascinano in generale le problematiche del genere umano. Mi incuriosisce molto nell'uomo un elemento ben preciso del suo carattere: il coraggio. Penso che quando c'è sia davvero importante per la vita di ogni uomo.

 

Esistono nel suo cinema elementi più fantastici, meno cronachistici. Non è così?

 

Si, soprattutto surreali. Il mio intento in questo film era combinare questo aspetto misterioso, fantastico della Cina con la parte realistica del film. Dal '98 in poi ho scelto di fare cinema indipendente, anche se confesso non è stato molto semplice.

Dagli anni '70 la Cina ha subito profondi cambiamenti e penso sia giusto raccontarlo.

 

Ma non rischia poi di avere problemi con la censura nel suo paese?

 

E' una sfida, un modo per continuare a lavorare, anche in presenza della censura. Certo, negli ultimi anni si è molto ammorbidita con noi, anche grazie ai rapporti che ho con alcuni funzionari dello Stato. Ma la strada è ancora lunga. Il mio intento in fondo era quello di raggiungere il mercato internazionale. In genere è spesso la parte burocratica a complicarci la vita, a rendere l'uscita di un film più lunga e difficile.

 

Questo suo ultimo film può essere d'esempio per altri cineasti?

 

Sono convinto che la situazione politica dovrà migliorare. Non mi sono mai abbattuto per questo. Mi auguro che tanti artisti seguano la mia strada.

 

Nel suo film appaiono molti piccoli sottotitoli, in cui ricorrono parole come "sigarettte", "caramelle". Perché?

 

Ci sono film che portano il segno del tempo. Penso che queste parole comuni, semplici, siano la voce della felicità. Mi piace pensare che tutto questo possa stimolare un immaginario sereno e positivo quando si guarda un mio film.

 

Cosa la spinge a realizzare film?

 

Ho sempre voluto raccontare la vita, le sue trasformazioni. E ho sempre pensato che il cinema fosse il mezzo più adatto per esprimerle. Con una decisa consapevolezza: abbandonare il vecchio e affrontare il nuovo.

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