VENEZIA 63 - "Credo nella ripresa dello spirito umano. Ma occorre qualcosa che ci ispiri". Incontro con Emilio Estevez

"Bobby" segna il ritorno come regista di Emilio Estevez. Un film importante, politico, onesto, lucido, un'analisi in controluce dei problemi di una società e di un'epoca. Un evento molto apprezzato da critica e pubblico

Ritorno in grande per Emilio Estevez. Dopo anni di assenza dal grande schermo, il figlio di Martin Sheen porta in concorso qui a Venezia Bobby (work in progress) e il risultato è stato sorprendente. Un film corale, dove l'assassinio di Bob Kennedy diviene lo spunto per riflettere sui problemi della società americana di ieri e di oggi e per misurare il grado di partecipazione politica della gente. Molto applaudito sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori, Bobby ha  di un cast stellare. All'incontro con la stampa si sono presentati, oltre al regista Emilio Estevez, anche i protagonisti Freddy Rodriguez, Lindsay Lohan, Christian Stater e Svetlana Metkina.

 

Mr. Estevez, lei è stato assente per molti anni dal grande schermo. Che effetto le fa ritornare con questo film su Bob Kennedy?

 

E' vero sono scomparso. Mi sono preso i miei tempi e nel frattempo ho continuato a lavorare per la TV. Sono orgoglioso di essere tornato. Soprattutto perché credo che questo sia il momento di ricordare un personaggio come Bob Kennedy, sempre dalla parte del popolo, dei più deboli, delle minoranze. Per questo ho scelto di parlare di lui dal punto di vista delle persone comuni, per molte delle quali la morte di Kennedy è stata la morte della speranza.  

 

Che significa "work in progress", il sottotitolo con cui il film viene presentato qui a Venezia?

 

Significa semplicemente che il film non è completo. Per rallentamenti nella produzione, non mi è stato possibile inserire in tempo i titoli di testa e i titoli di coda. Nel finale è prevista una canzone di Aretha Franklin, molto bella, commovente.

 

Il suo film è anche un attacco d'accusa contro gli Stati Uniti di oggi e la politica di Bush?

 

No. Almeno non erano queste le mie intenzioni. La sceneggiatura è stata scritta prima dell'11 settembre e delle guerre in Iran e Afghanistan. Purtroppo, il soggetto è diventato sempre più attuale, pertinente. Ma il mio intento era quello d'ispirare, scuotere la gente. Qualche tempo fa, ho incontrato un senatore della California che aveva visto il film. Mi ha detto che Bobby rappresenta un risveglio, un richiamo alla politica per le nuove generazioni, uno stimolo alla ripresa.

 

Lei dice che gli USA devono riprendersi. In che modo?

 

Credo nella ripresa dello spirito umano. Ora siamo in lutto, siamo cinici e rassegnati e dobbiamo ritrovare qualcosa che ci ispiri. Bobby Kennedy era un'ispirazione. Ogni vero leader è un'ispirazione.

 

Quindi, oltre a lei, anche gli attori del cast si sentono più impegnati grazie a questo film?

 

Lindsay Lohan: io ho sempre sentito l'impegno. Ora ancor di più. E con questo film ho cercato di fare qualcosa anche per i miei fratelli. Credo che il mio personaggio si ritrovi in un periodo in cui le donne non parlavano, non avevano voce in capitolo. Eppure è un personaggio attivo, forte. Ho cercato di esprimere con Diane proprio questo. Per me era importante dire qualcosa, esprimere questa necessità dell'impegno.

 

F. Rodriguez: ritengo che il mio personaggio sia importante anche per ciò che accade oggi negli Stati Uniti. La situazione delle minoranze, soprattutto quella messicana e latinoamericana, non è molto cambiata rispetto ad allora. I latinoamericani negli USA hanno ancora stipendi e tenori di vita molto bassi rispetto alla media, lavorano ancora negli alberghi e nei ristoranti. Sono felice di aver dato loro un volto.

 

Emilio Estevez: spesso noi non riconosciamo chi ci pulisce la casa, la cucina. E' allarmante, perché è questa gente che fa andare avanti la macchina, la società. Il senatore di cui parlavo prima mi ha ringraziato per aver rispecchiato le minoranze latinoamericane. E quando vedo Freddy Rodriguez nel film, non posso fare a meno di emozionarmi.

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