VENEZIA 63 - "Belle toujours", di Manoel de Oliveira (Fuori concorso)
Abbagliante in quei giochi di apparizione/scomparsa fino al necessario confronto tra i due in una delle più belle cene al cinema: seducente, grottesca, cinica. Ed è proprio in questa sorta di 'seduta spiritica' che riappare il fantasma di Buñuel ed è anche qui che il cineasta portoghese mette in atto il suo ennesimo, grandioso, sberleffo
Appare di una modernità sempre sconvolgente il cinema di Manoel de Oliveira, soprattutto nei momenti in cui libertà e leggerezza appaiono come fattori coincidenti. Lo sguardo del cineasta portoghese attraversa Parigi con la stessa intensità di Ritorno a casa, blocca i protagonisti in provvisorie sospensioni dove il tempo sembra dilatarsi quasi all'infinito: il concerto di musica classica iniziale, i dialoghi tra Husson e il barista appaiono come soste provvisorie prima che il movimento (composto dall'ossessiva ricerca che si trasforma in vero e proprio inseguimento) diventi dominante.
Al centro di Belle toujours ci sono Husson (Michel Piccoli) e Sevérine (Bulle Ogier). Lui la rivede dopo molti anni ad un concerto di musica classica e inizia a seguirla. Lei, vedova da tempo, cerca di evitare in ogni modo l'incontro. Alla fine però non può evitarsi di trovarsi faccia a faccia con lui.
Belle toujours o anche Belle (tou)jours proprio 39 anni dopo il film realizzato da Buñuel nel 1967 di cui il film di de Oliveira si pone come anomalo/stravolgente sequel, dove Piccoli è sempre Husson mentre il corpo della Deneuve viene come replicato/doppiato attraverso quello di Bulle Ogier. Quello del film del maestro portoghese è un tentativo ancora estremo di inseguire e cristallizzare il tempo. Il belle de jour determinato di Buñuel si trasforma nel toujours, per sempre di de Oliveira. Sevérine all'inizio non appare neanche reale ma come una visione, una materializzazione mentale del passato da parte di Husson. A sua ossessione potrebbe essere sinonimo di pazzia. Poi però il passato prende forma, attraverso ancora "un ritorno a casa", un "viaggio all'inizio del mondo", un passato concreto e fantastico, in cui i protagonisti sembrano essere visti con quelle accecanti deformazioni dello straordinario Espelho magico, film presentato lo scorso anno qui a Venezia e ancora non distribuito nelle sale italiane.
Il cinema di de Oliveira è davvero abbagliante proprio in quei giochi di apparizione/scomparsa (Husson che va a cercare Sevérine in albergo e lei che riesce ad evitarlo) fino al necessario confronto tra i due in una delle più belle cene al cinema: seducente, grottesca, cinica. Ed è proprio in questa sorta di 'seduta spiritica' che riappare il fantasma di Buñuel ed è anche qui che il cineasta portoghese mette in atto il suo ennesimo, grandioso, sberleffo.
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