VENEZIA 63 - "Mushishi" di Otomo Katsuhiro (Concorso)
Otomo dà libero sfogo al suo genio e costruisce una personale cosmogonia, un mondo fantastico prossimo al crollo, cifra visionario di una realtà in crisi. E, nel creare un universo fantastico, ne rievoca uno ormai scomparso, stabilendo una linea di continuità tra il passato e il futuro

L'atto della creazione poetica è uno dei riflessi concreti della Creazione. O forse è il contrario. Se la Creazione altro non è che un mito, allora è uno degli esempi più alti di genio poetico. Chi dice che l'uomo non possa essere dio? Come se non fosse anch'egli capace di costruire mondi, universi interi, su cui poi applicare il proprio incontrastato dominio. Con Mushishi (Bugmaster il titolo internazionale) Otomo, il geniale autore di Akira, filma la sua incredibile creazione. Parte dall'omonimo manga di Yuki Urusibara e ne condensa la complessa trama in poco più di due ore di film. Lavora con attori in carne ed ossa, ma è come se disegnasse un anime, lasciando libero sfogo al suo estro pittorico e alla sua fantasia. E' impossibile render conto brevemente di tutta la storia, un fantasy ambientato sullo sfondo del Giappone rurale del secolo scorso. Protagonista è Yoki, un bambino che, dopo aver perso la madre nel corso di un'alluvione, viene accudito da Nui, misteriosa donna dai capelli bianchi e con un occhio solo. Tramite Nui, Yoki viene a conoscenza dei Mushi, sorta di spiriti che vivono in una specie di limbo, a metà tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Un universo, quello dei Mushi, complesso e pericoloso, dove gli esseri più potenti fagocitano quelli più piccoli e costituiscono un rischio anche per gli umani. Storie misteriose che si susseguono e si tramandano grazie a famiglie che ne raccontano le gesta, come quella della giovane Tanyu...Di Mushishi non si arriva a cogliere tutto immediatamente. Ci si trova di fronte un universo misterioso, affascinante, impenetrabile forse. Occorre trovare la crepa nel muro, per entrare dentro. Anche a costo di rimanere intrappolati e non uscirne più. O di perdere la vista, lasciare in pegno lo sguardo, come Yoki e Nui che troppo a lungo contemplano lo stagno di Tokoyami. Ecco la crepa, l'ingresso, forse. Ti dono i miei occhi, li affido a te, conducimi dentro. La cosmogonia che il genio di Otomo riesce a creare è prossima al crollo, è un mondo di carta in progressiva dissoluzione, uomini e donne che scompaiono, spiriti che s'inglobano, distruggendosi. Il senso di tutto è probabilmente nelle scene iniziali, una spettacolare frana in cui un intero pendio si sgretola e travolge strade, cose, persone. E' la cifra visionaria di un mondo reale in crisi, al pari del desolato paesaggio post-atomico di Akira. Ma Mushishi, come tanto cinema giapponese contemporaneo, è anche un film dominato da una tensione al passato e dall'ansia dello svanire. E' un film sulla memoria, sulla necessità e il fascino della "tradizione". Gli ideogrammi delle cronache di Tanyu improvvisamente prendono vita, scoprono di avere uno spirito, si muovono. La parola scritta si fa corpo e il racconto (mito) costituisce lo strumento attraverso cui tramandare il passato. Si ribella, quasi ad opporsi alla progressiva perdita d'identità, al vuoto culturale della contemporaneità. E' quello che fa Otomo stesso. Nel creare un mondo fantastico ne rievoca uno ormai scomparso, stabilendo una linea di continuità tra passato e futuro. E' solo nel finale che Yoki, riacquistata la memoria, può "svanire" in Tokoyami, in qualcosa di più grande. Per entrare nel nuovo millennio occorre sapere da dove si viene.
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