VENEZIA 63 - "Svobodnoe plavanie (Galleggiare liberi", di Boris Skhlebnikov (Orizzonti)
Si ha la sensazione vivendo il film che il regista tenti la strada dello sperimentalismo nella costruzione topologica interna alle inquadrature, con un bisogno di esprimere il refrattario alla scena, alla ripresa in quanto tale

Abbiamo bisogno di belle storie o di qualcuno che sappia raccontarle? Vero è che le due scelte non sono alternative, né tanto meno conciliabili di fronte a casi di ibrido cinema, di velleità autoriali spinte oltre l'astrattismo intimista e socialmente utile.
Emblematica in questo senso l'opera del cineasta russo Boris Skhlebnikov, a Venezia con il suo secondo lungometraggio Svobodnoe plavanie, alla lettera "galleggiare liberi". Lyonya è un ragazzo come tanti: si arrangia a far tutto nella sua piccola città di provincia. Ma un accadimento cambia la sua "solida" conquista: la fabbrica in cui lavora da operaio dichiara il fallimento. Si ritrova così solo, a procacciarsi un po' di denaro alla giornata. Non rifiuta nessun tipo di lavoro. Molla un impegno e si arrabatta per cercarne un altro. E ci riesce. Ma d'ora in poi nausearsi sarà il suo unico mestiere.
Curioso come un film di matrice russa ripieghi su un realismo sociale non più nelle sue corde, che pesca con soluzioni evidenti in un cinema di chiari slittamenti narrativi tipici del primo Wajda, dove all'assenza del corpo sopperisce all'astrazione del dialogo. Ma senza riuscire nel tentare lo slancio, la fuga improvvisa, l'approccio col nuovo. Sklebnikov dichiara di mostrare immensa tenerezza per le tante generazioni senza cielo, figli poveri di spazi, sguardi poveri. Ma non li sa raccontare con la giusta amarezza, con quel risentimento materno che in molti tratti sembra di sfogare. E ce la mette tutta per non sentirsi autore, con il solo ed unico scopo di sentirsi autore. L'indifferenza, il compassato afflitto del protagonista verso la vita fa in ogni sequenza corto circuito con il finto distacco delle riprese, con il taglio falsamente sincero e disincantato. Le prove sono tangibili: il "fuoricampo" come suppellettile collante al raccordo dei "capitoli" ne è la prova più concreta; un esempio su tutti: il campo medio sull'incrocio tra due piccoli sentieri abbrutisce lo spazio notturno e lo mortifica con inopportuni segnali stradali, appena visibili, inutili, incomprensibili.
Si ha la sensazione che il regista tenti la strada dello sperimentalismo nella costruzione topologica interna alle inquadrature, con un bisogno di esprimere il refrattario alla scena, alla ripresa in quanto tale. Una sequenza per tutte anche stavolta: uno strano barcone sul finale che si muove sul mare intorno a se stesso, ostentando l'impossibilità di liberarsi dall'inquadratura, nemica ostile, gabbia del sottosuolo. Ma il presunto rigore dello sguardo non fa altro che annoiare, rendendo il tutto sterile, piatto, monocorde.
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