VENEZIA 63 - "Rèves de poussière", di Laurent Salgues (Giornate degli autori)
Il merito principale di Salgues è quello di travalicare il pericoloso documentarismo televisivo che il soggetto della pellicola poteva suggerire, attraverso un linguaggio cinematografico dal respiro ampio, astratto ed epico allo stesso tempo.

Lo schermo panoramico incornicia uno spazio in campo lungo. Distesa desertica attraversata da vento sabbioso, virata in giallo. Un vagabondo attraversa l'immagine da destra verso sinistra, è Mocktar, contadino nigeriano errante in cerca di lavoro. In più di un'occasione nel corso di Rèves de poussière vediamo l'uomo attraversare inquadrature statiche, sparendo nel fuori campo. A suo modo è un fantasma sia quando appare e scompare per attraversare luoghi, che quando lo vediamo calarsi in pozzi profondi in cerca di oro. E' in Burkina Faso che si svolge la piccola storia narrata da Laurent Salgues, cineasta al suo primo lungometraggio. Lontano da casa Mocktar trova lavoro come cercatore d'oro ed è costretto, assieme ad altri come lui, ad immergersi ogni giorno nelle viscere della terra, per poi risalire, alla luce del sole africano, stroncato dalla fatica, sporco di terra e polvere, a volte ferito, clamorosamente simile a uno zombie resuscitato. E' proprio un film di morti questo Rèves de poussière. Morti viventi automatizzati in una quotidianità lavorativa disumana, dove l'unico sogno possibile da manovali è quello di trovare oro da consegnare al padrone e guadagnare quanto basta per poi ripartire, continuare a errare verso altre terre africane e forse oltre, senza tornare a casa.
Il merito principale di Salgues è quello di travalicare il pericoloso documentarismo televisivo che il soggetto della pellicola poteva suggerire, attraverso un linguaggio cinematografico dal respiro ampio, astratto ed epico allo stesso tempo. Il suo sguardo, per quanto classico e partecipe, consegna alle vicende narrate e ai corpi che inquadra un lirismo a tratti sorprendente, quasi sacrale, che sospinge Rèves de poussière verso i territori inusuali dell' indagine western. E non è l'unico sguardo presente nel film di Salgues. C'è n'è anche un altro. Quello di Mocktar stesso. Lì la macchina da presa si sostituisce ai suoi occhi e dà una dimensione soggettiva ad ambienti, volti, visioni sospese che immaginano sepolture forse premonitrici di una morte sempre incombente. Sono frammenti visivi che ricorrono anche a inizio film e fotografano il suo arrivo al villaggio come una realtà sconosciuta e ostile, già vicina a una rappresentazione vagamente onirica. Ma è nei momenti finali, quando Mocktar decide di dare a due persone amate la possibilità di fuggire verso un altrove che sa tanto di Europa, che il destino del nostro si abbandona alla solitudine più amara. Ed è un finale in cui l'incubo si confonde al ricordo silenzioso, dando la possibilità alla pellicola di Salgues di immergersi in un toccante intimismo.
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