VENEZIA 63 - „ Il mio Paese" di Daniele Vicari (Orizzonti - Eventi Speciali)
Il mio Paese di Daniele Vicari tende a dimostrare come il senso del lavoro in Italia stia, con molte difficoltà mutando, ma soprattutto come appaia definitivamente mutata la riflessione che gli stessi lavoratori hanno delle proprie attività. Emerge un ritratto di un'Italia contraddittoria, ma con qualche speranza.

L'indagine di Daniele Vicari sull'Italia al lavoro e sul lavoro della riflessione sull'argomento, in Il mio Paese, si sovrappone al famoso documentario di Joris Ivens L'Italia non è un paese povero che il grande documentarista danese girò nel 1959.
Il lavoro del regista di Velocità massima e di L'orizzonte degli eventi, tende a dimostrare come il senso del lavoro in Italia stia, con molte difficoltà cambiando, ma soprattutto di quanto e come appaia definitivamente mutata la riflessione che gli stessi lavoratori hanno delle proprie attività. Per lavorare sull'argomento percorre l'intera penisola e questo lungo viaggio che parte dalla Sicilia lo porterà alle porte proprio di questo luogo della Mostra, a Porto Marghera che rappresenta la definitiva cesura dell'intera struttura teorica di Il mio Paese.
Il senso profondo di questo doppio mutamento lo si percepisce soprattutto nell'impianto, diremmo geografico, dello stesso film, laddove, al crescere della latitudine cresce anche il senso di nuova precarietà del lavoro tra attività sospese tra una tradizione che rappresenta in qualche misura la certezza e dall'altra le nuove attività imprenditoriali che, però non consentono una certezza nel futuro che quelle precedenti garantivano. Al sud l'incertezza e la precarietà del lavoro sono state sempre di casa, tanto da fare apparire anche oggi come del passato la voglia di fuggire e quella altrettanto forte di tornare.
Comune a tutte le latitudini d'Italia è invece l'altra questione che Vicari affronta.
Quella che un tempo si chiamava classe operaia e che oggi, in sostanza resta tale, da un punto di vista strettamente pragmatico, da sud a nord ha assunto una consapevolezza tale della impossibilità di una sostenibilità industriale pensata come fino ad oggi è stata pensata che rincuora e fa bene sperare per il futuro. È proprio dalle frasi degli operai di queste industrie, passate a volte per una conversione obbligata, da Termini Imerese a Porto Marghera, che si percepisce quella necessità di loro partecipazione allo sviluppo di un pensiero che resti nell'ambito di una seria e ragionata riforma della stessa idea di industria e di partecipazione al lavoro. Si respira un senso di nuova solidarietà che travalica quella comunemente pensata e sul quale è davvero valsa la pena di riflettere.
In entrambe le questioni Vicari dimostra l'ottimo lavoro che, immaginiamo, abbia preceduto la realizzazione del film.
A Gianfranco Bettin, storico leader della contestazione nata attorno al petrolchimico di Porto Marghera, Vicari delega la chiusura e Bettin saggiamente conclude che non può avere futuro un Paese che non analizzi il problema del lavoro in una prospettiva futura.
Su questi percorsi si muove Vicari che ci induce ad una necessaria riflessione in cui non può essere trascurato il fatto che il documentario di Ivens sia sovrapponibile a questo soprattutto nella prima parte a dimostrare che ancora esiste un grosso gap, che va colmato, tra un sud per molti versi ancora oggi stretto in una difficile transizione e molte sono le ragioni su cui è impossibile qui soffermarsi e un nord che, pur tra le mille contraddizioni, avanza su una strada che, seppure incerta, mostra qualche vivido bagliore. Il mio Paese riesce così a rendere centrali questi temi che hanno a che fare con il mondo del lavoro facendo emergere le contraddizioni che pure esistono e con le quali bisogna fare i conti.
Non mancano nel film i momenti in cui abbandonarsi all'emozione e così la bella sequenza dell'oggi della famiglia poverissima già filmata da Ivens, e censurata dalla Rai, nel monastero abbandonato in Basilicata e sicuramente la migliore. Nada, appassionata e brava come al solito chiude con la canzone scritta per l'occasione da Massimo Zamboni.
Un solo fugace appunto: una maggiore asciuttezza avrebbe giovato all'incisività complessiva del lavoro.
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