VENEZIA 63 - Storia segreta del cinema russo

I film in programmazione di questa retrospettiva, tutti realizzati fra il 1934 e il 1974, sono in effetti l'espressione più autentica, per quanto probabilmente poco conosciuta di un cinema di propaganda che ha fatto propri i dettami autocelebrativi del regime sovietico, senza però rinunciare alla ricerca stilistica e formale.

Fra le varie sezioni in cui il Festival di Venezia è tradizionalmente suddiviso ne abbiamo trovata, per questa sessantatreesima edizione, una dedicata alla storia segreta del cinema russo, o meglio si direbbe sovietico. Perché i film in programmazione, tutti realizzati fra il 1934 e il 1974, sono in effetti l'espressione più autentica, per quanto probabilmente poco conosciuta (da qui il "segreto" che aggettiva e definisce l'intera retrospettiva), di un cinema di propaganda che ha fatto propri i dettami autocelebrativi del regime sovietico, senza però rinunciare, questo va detto, alla ricerca stilistica e formale. Con risultati che meritano, ancora oggi, di essere ricordati, in una Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica come quella di Venezia.

La retrospettiva, realizzata in collaborazione con la fondazione Prada, l'Agenzia Federale per la Cultura e la Cinematografia e Sovexportfilm di Mosca, ha presentato un totale di diciotto film, girati, fra gli altri, da autori come Grigorij Aleksandrov, Ivan Pyr'ev, Boris Barnet e Andrei Konchalovskij. Un criterio ha mosso la selezione dei titoli: l'appartenenza ad un genere, che non senza difficoltà per un cinema come quello russo-sovietico, si può comunque definire musical. Se non per la vicinanza agli stilemi di uno generi hollywoodiani per eccellenza, il musical, appunto, almeno per il peso innegabile che in ciascuno di essi ricopre l'elemento musicale, pensato prevalentemente nei termini, politicamente rilevanti, della pluralità e della coralità di voci e motivi diversi, ma tutti convogliati attorno ad un unico, ripetuto tema che diviene struttura dell'intero corpo filmico, rispetto alla quale, trama e sceneggiatura finiscono, molte volte, per assumere il ruolo di semplice e frivolo pretesto.

Sono eroi del lavoro, in molti casi, i protagonisti di questi film, Traktoristy (Pyr'ev, 1939), Svetlyj put' (Aleksandrov, 1940), Scedroe leto (Barnet, 1950), solo per fare qualche esempio. Donne e uomini che con il loro contributo rendono grande la potenza sovietica, simboli di una genuinità e di una purezza di cuore che corrisponde sempre con l'aver fatto propria la causa di un intero Paese e di un unico Partito. Storie di lavoro in cui la produzione di ricchezza comune è motivo di un giubilo ugualmente condiviso. E se l'amore è tradizionalmente (convinzione che neppure il cinema sovietico è riuscito a  smentire) motivo di gioia, si capisce perché nelle storie di lavoro rurale o metropolitano che sia, si innestino storie d'amore pure molto pudico, come quello che anche il regime sovietico poteva tollerare.

C'è un tono volutamente scansonato in molti di questi film, Vesiolye rebiata (Aleksandrov, 1934) o  Karnaval'naja noc' (El'dar Rjazanov, 1956), per esempio, dove il propagandismo di certo cinema realista cui potrebbe essere ricondotta - come siamo soliti pensare - l'intera produzione cinematografica sovietica, lascia invece il passo a pezzi da siparietto e alla comicità dell'equivoco, tipici di tante commedie americane.

Il dibattito insieme filosofico e cinematografico intorno alla questione del realismo si è in effetti appena concluso quando si cominciano a girare i film riproposti a Venezia. Abbandonate le proposte troppo rischiose di un Ejzenstejn (un nome per tutti) si è ormai scelta la formula facile del realismo, quella in cui attori popolari interpretano i ruoli di gente comune con storie comuni. E' la scelta della cultura nazional-popolare che più immediatamente si adatta alla divulgazione quasi pedagogica di contenuti in linea con le scelte del Governo centrale. Scelta che sul piano più strettamente stilistico porta, paradossalmente, all'abbandono delle forme realmente rivoluzionarie che erano state, per esempio, della prima avanguardia cinematografica, e all'acquisizione conseguente del linguaggio proprio del cinema americano. A partire dai generi (abbiamo visto quelli del musical e della commedia) fino all'uso del montaggio e delle inquadrature; dal tipo di recitazione imposta agli attori, fino alle forme della narrazione, tornate classiche e lineari.

Il segno inequivocabile di un processo, quello che ha seguito la stalinizzazione dell'Unione Sovietica, il documento di un'epoca che ha trovato anche nel cinema la sua espressione.

 

 

 

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