L'irrealtà delle immagini: "Flags of Our Father", di Clint Eastwood
Eastwood sembra lavorare su un percorso fordiano di svelamento della "menzogna dell'immaginario", su questo smottamento terribile tra rappresentazione e reale, che trasforma l'uomo antropologicamente in qualcos'altro. L'uomo che vive di immagini è diverso da quello che ancora poteva godere delle differenze tra rappresentazione e realtà

Quando Clint Eastwood, nel lunghissimo post-finale sui titoli di coda di Flags of Our Father, inizia a mostrare le "fotografie vere" della battaglia di Iwo Jima, noi spettatori siamo portati naturalmente a pensare a un doveroso omaggio ai caduti e ai protagonisti di quella drammatica e sanguinosa pagina della Seconda Guerra Mondiale. Ci aspettiamo alcune foto, dieci foto, venti foto, le più rappresentative, e che poi le immagini sfumino sui titoli. No. Eastwood non termina lì il suo film.
Che prosegue mostrandoci per dieci, forse quindici minuti, comunque un tempo "lunghissimo", centinaia di scatti, mostrandoci tutti i protagonisti possibili ("reali") di questo film. E, alla fine, dopo averci mostrato le fotografie della Storia (che rendono così il film ancora più verosimile di quanto già non sia), Eastwood ritorna ad Iwo Jima. Ma non è più l'Iwo Jima splendidamente ricostruita sulle spiagge di Reykjanes, in Islanda. L'ultimo saluto Clint lo dedica alla "vera" isola, mostrandoci il monumento ai caduti e, dall'alto del Monte Suribachi, con un dolly ci fa vedere Iwo Jima, oggi.
Forse è solo l'omaggio devoto di un uomo di 76 anni, che in quegli uomini che hanno combattuto in quei giorni rivede forse come dei fratelli maggiori, più che dei padri (Eastwood nel '45 aveva 15 anni e i ragazzi che combattevano andavano dai 18 ai 25). Sicuramente il suo modo per assicurare la memoria di uomini che hanno perso le loro vite lontani da casa per una causa in cui credevano.
Ma resta come un'ombra, un dubbio. Perché tutte quelle fotografie? Perché così tante? E perché ricostruire tutto lo spettacolo del cinema in Islanda e poi andare a Iwo Jima per filmare quel post finale che molti neppure vedranno, nella fretta di lasciare le sale a fine film?

Rivendendo nei giorni scorsi al TorinoFilmFestival, in quel magnifico documentario di Peter Bogdanovich, Directed by John Ford, alcune sequenze de L'uomo che uccise Liberty Valance, forse possiamo indirizzare i nostri interrogativi in una direzione "fordiana". Che Eastwood fosse un grande ammiratore di Ford lo si sapeva, e le sue dichiarazioni nel film di Bogdanovich lo confermano.
Che succede in quel meraviglioso e pre-crepuscolare western di Ford? Accadeva che un avvocato ostinato a portare avanti la sua battaglia per una società civile si ritrovava a fare un duello con il bandito del titolo e a vincere, sorprendentemente, il duello, uccidendolo ed entrando nella leggenda.
La realtà, come sappiamo, era ben diversa. Ma quando il vecchio avvocato racconta tanti anni dopo la vera storia ai giornalisti, questi la rifiutano e la cestinano davanti ai suoi occhi: "tra la realtà e la leggenda, vince la leggenda". Era una straordinaria riflessione non solo sull'America di quegli anni (era il 1962 e solo un anno dopo venne ucciso JFK), ma sull'intero processo di formazione della Storia e dell'Immaginario Americano. Ecco, Clint Eastwood sembra proprio nel suo film lavorare su questo percorso fordiano di svelamento della "menzogna dell'immaginario", ma non per fare lo scoop o il provocatore, ma solo per raccontare le storie che hanno creato Immagini e Immaginario nel '900, e ancora oggi costituiscono il nostro armamentario visivo e culturale.
E qual è la storia di Flags of our Father? La guerra? Gli eroi morti in battaglia? I giapponesi che resistevano fino alla morte? (su questo vedremo l'altro film...Letter from Jwo Jima)... Chi può negarlo? Ma il cuore della storia è la bandiera. Non lo dice già il titolo? Il cuore della storia è l'immagine della bandiera issata sul Monte Suribachi che è divenuta la rappresentazione iconica di una Forza, di un Coraggio, insomma quella "visione" che ha rincuorato gli americani in un momento difficile della guerra quando le famiglie vedevamo tornare a casa i propri figli dentro le bare e il governo doveva chiedergli anche i soldi per finirla, quella guerra.
La foto è una menzogna. In parte. Il film, e il romanzo di William Broyles jr, lo raccontano. Ma Flags of Our Father colpisce a fondo - e in questo è persino più teorico dei due capolavori precedenti di Easwood, Mystic River e Million Dollar Baby - perché lo sguardo del cineasta non punta a raccontare "la verità", come a dire "ci hanno raccontato una bugia, questa è la vera storia"... No Eastwood veleggia al confine di quel punto limite della visione che sta tra il voler rappresentare il reale e il volerlo esibire come tale (riprodurlo?).
Ma il reale, appunto, è irriproducibile. Lo si puo' solo rappresentare. Sempre da un punto di vista particolare e sempre "falsificandolo" in qualche modo. Ed Eastwood gioca su questo terribile crinale teorico su cui si è costruito gran parte dell'immaginario del XX secolo. E oggi ancora di più. Eastwood ci mostra la finzione e allo stesso tempo l'importanza e la crudeltà di una ricostruzione - in parte anche casuale - dell'immagine più famosa della II Guerra Mondiale (insieme ai Russi che innalzano la bandiera rossa sul Reichstag...), quella appunto dei sei soldati che issarono la bandiera sul monte immortalati dal fotografo Joe Rosenthal.

Cos'è reale? La foto? No. I racconti diranno che fu la seconda, anzi forse la 3° bandiera issata ad essere fotografata. E allora cos'è reale? Il film che svela questo non-mistero? Questo interrogativo in parte spiegherebbe il perché Eastwood alla fine ha dovuto mostrare le "vere" foto" e la "vera" Iwo Jima, dopo il suo film. Quindi che ci vuole dire che anche il suo film è una finzione? Certo il cinema è finzione. O forse, che OGNI IMMAGINE E' FINZIONE???? Fa venire i brividi una lettura del genere, soprattutto in un'epoca dove le immagini stanno sostituendosi ai nostri occhi, o meglio in cui le immagini si sostituiscono al reale davanti ai nostri occhi. Non vediamo forse sempre più immagini della realtà piuttosto che la realtà? Guardiamo la storia in tv o in DVD con le immagini, guardiamo le Twin Towers crollare "davanti ai nostri occhi" (ma sono le immagini delle torri...), guardiamo le guerre "rappresentate" dalle immagini, i politici, le partite di calcio, persino le persone che cerchiamo (con le webcam). Ma se ogni immagine è una finzione l'uomo del XXI secolo si nutre ogni giorno di "magnifiche illusioni". Crede di vedere la vita reale, in realtà ne guarda quasi sempre una sua rappresentazione.
Poi arriva qualcuno che cerca di spiegare che forse le Twin Towers non sono cadute così come ce lo raccontano, ma utilizza ancora le immagini per dimostrare le sue tesi. Guardiamo gli occhi della persona con cui parliamo in webcam e crediamo che sia quella reale.

Ma la realtà, oggi, dov'è? Eastwood lavora su questo smottamento terribile tra rappresentazione e reale, che trasforma l'uomo antropologicamente in qualcos'altro. L'uomo che vive di immagini, di rappresentazione della realtà, è un uomo diverso da quello che ancora poteva godere delle differenze tra rappresentazione e realtà guardando un dipinto. E allora quei corpi dei tre superstiti della fotografia celebre che vanno in giro a raccontare al Paese la necessità di finanziare la Guerra, cosa sono? Creature ingabbiate in un meccanismo infernale nel quale, ogni scelta - morale - sembra sempre sbagliata. Quello che vediamo dal vivo e come ci rappresentiamo con gli strumenti di comunicazione diventano due mondi a parte. Ma il secondo è sempre più forte e decisivo del primo.
Eastwood in questo film ci lascia un dubbio, un interrogativo da uomo di 76 anni che non vede più il futuro come "reale". E allora va lì nel luogo reale e rifilma ancora, perché lo vuole vedere di persona quel posto. Ma ancora, ri-rappresenta. E' un gioco assurdo e infinito. Non se ne esce. E' il cinema. Ma domani saranno i nostri occhi...
http://www.iwojima.com/raising/raisingb.htm
http://www.iwojima.com/raising/raisingc.htm
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