"La ricerca della felicità", di Gabriele Muccino

Si gioca con la consistenza materiale di un Sogno Americano sempre più impalpabile e si affonda ancora il bisturi su nervi scoperti, talmente scoperti da essere allo stesso tempo universali quanto parossistici. Lo sguardo così si fonde, sino a disperdersi, nel linguaggio istituzionale

E Hollywood fu. Gabriele Muccino gioca la sua scommessa artistica, quasi un'ibridazione culturale, all'interno di una major come la Columbia e ne esce a testa alta (100 milioni di dollari al box-office Usa nei primi dieci giorni di programmazione, una candidatura ai Golden Globes, recensioni positive). Potrà essere riconoscente a Will Smith che lo ha quasi imposto, folgorato dal suo sguardo extra-americano. Ma nel suo caso si dovrebbe tirare in ballo la predestinazione. Lo stile di Muccino che ha fatto della programmaticità e della cura della confezione visiva i suoi punti di forza (ed il perno dei suoi exploit commerciali in Italia, stesso discorso valido per Ozpetek) non poteva che incontrarsi, se non fondersi, con la pregnanza pragmatica del linguaggio istituzionale d'oltreoceano, fatto di ritmo febbrile, spazi pieni e parole opportune. E con la consistenza materiale di un Sogno Americano sempre più impalpabile. Il Sogno di Chris Gardner (dalla cui vicenda personale è tratto il film) è stato negli anni '80 una via crucis nell'incubo del sacrificio e della privazione. Nonostante i suoi sforzi come venditore di scanner osteopatici, macchinari tanto avanzati quanto poco commercializzabili, Chris (Will Smith) non riesce a tenere a galla la sua famiglia, composta dalla moglie (Thandie Newton) e il piccolo Christopher (Jade Christopher Syre Smith, nella vita il figlio di Smith), di 5 anni. Sfrattato dall'appartamento dove è in affitto a San Francisco, abbandonato dalla moglie, si ritrova ai gradini più bassi della scala sociale tanto da trovarsi costretto a vivere, assieme al figlio, in un ricovero per senzatetto, il Glide del quartiere malfamato di Tenderloin. E per buona parte del film sentiamo gli echi del mondo mucciniano già noto, un mondo asfissiante e senza vie d'uscita se non quelle dello scontro aperto e non mediato. L'autore de L'ultimo bacio e Ricordati di me affonda ancora il suo bisturi su nervi scoperti, talmente scoperti da essere allo stesso tempo universali quanto parossistici.

L'incubo si traveste da amore paterno per dissimulare quella che è una vera e propria ossessione del protagonista: il successo materiale, la Felicità che non riusciamo a nominare tanto che a Chinatown neanche si scrive bene sui graffiti di strada (happyness, da qui il refuso del titolo originale). Un successo da ottenere passando per una Macchina sociale tritatutto che non crea ceto medio ma persone agiate e homeless, senza distinzioni. Tra consapevolezza del talento e azzardo drammatico rispetto alle sorti del bambino, Chris viene inserito come praticante presso una prestigiosa società di consulenza finanziaria con la speranza remota (una su venti) di essere assunto. Una storia tipicamente americana, che funziona lì perché richiama mille altre storie simili ma in Italia, dove il talento è continuamente mortificato, sarebbe stata più dirompente. Non è un caso che Will Smith si dia al personaggio come fosse un vero e proprio supereroe e in certi momenti sembra di ritrovarsi in qualche sequenza improbabile di Nemico pubblico o  Io, robot o nelle redenzioni pugilistiche di Rocky Balboa o Jake La Motta (la locandina di Toro scatenato è una delle poche ma incisive icone dell' anno di grazia in questione, il 1981). Capiamo in tal modo di trovarci di fronte ad un percorso quasi unico, se non utopico sì da rendere più complicata l'immedesimazione. Muccino ci mette di suo anche una serie di espedienti di scrittura tragicomici sfruttando fin tropppo il set metropolitano (i furti degli scanner ad opera dei mendicanti, il colloquio di Chris impresentabile e sporco di vernice, la perdita della scarpa dopo essere stato investito) che aiutano a rendere la ricchezza d'inventiva del protagonista abile a convertire positivamente le proprie disavventure. Oltre ad un senso di solitudine, quasi un mobbing esistenziale tendente alla distopia. Aiutato da sgranature visive non comuni per il mainstream e da un attore che si sforza encomiabilmente nel liberarsi dal metodo.          

Titolo originale: The Pursuit of Happyness
Regia: Gabriele Muccino
Interpreti: Will Smith, Jaden Christopher Syre Smith, Thandie Newton, Cecil Williams, Kurt Fuller

Distribuzione: Medusa Film
Durata: 117'
Origine: Usa, 2006

 

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