"I testimoni", di André Téchiné
“Recita a quattro” che col passare dei minuti si trasforma in una tragedia in tre atti. Il regista francese realizza un dramma della metamorfosi - della malattia, della nascita, della morte e di un amour fou improvviso e sconvolgente – e della sua apparente negazione – la “ripresa” della normalità del terzo atto – che restituisce un cinema “testimone” di un’umanità in sottile disequilibrio fra voglia di ricominciare e desiderio di non dimenticare, fra passione dei corpi e bugie delle parole. Un cinema della memoria, un cinema dei sensi...
Che cosa è un testimone? O meglio: chi è un testimone? Per leggere l’ultimo film di Andrè Téchiné dobbiamo partire dal titolo, quasi enigmatico e misterioso, che l’autore francese ha scelto per questa storia. Non a caso, il termine “testimone” ha origine lontane ed implica almeno due significati: colui che figura come terzo in una controversia giuridica ed è chiamato a decidere fra i due contendenti; e colui che ha attraversato un’esperienza, ha vissuto un evento irripetibile e ne conserva la memoria “storica”. Colui che, appunto, rende “testimonianza” del fatto o dell’evento che ha visto o udito.
Ed è proprio questo secondo senso del verbo “testimoniare” ad illuminare le sequenze del film di Téchiné offrendo allo spettatore la giusta prospettiva per inquadrare ed avvicinare I testimoni messi in scena dal regista (con l’aiuto della penna di Laurent Guyot e Viviane Zingg), cantori e narratori di esperienze altrimenti indicibili o “invisibili”: una scrittrice di fiabe per bambini sull’orlo di una crisi di nervi; il marito ispettore di polizia in bilico fra la passione per il giovanissimo Manu e l’attrazione verso la normalità familiare; ed un famoso medico omosessuale a caccia di amori impossibili e virus incurabili. Tre figure che vivono, guardano, raccontano, piangono e sorridono; tre occhi che “testimoniano” la Parigi degli anni ’80, i parchi notturni per incontri “proibiti” fra uomini soli, i primi casi di Aids e l’inizio di una terribile paura di amarsi e toccarsi. Ancora: tre sguardi che “testimoniano” i segni, le ferite, le penetrazioni e le carezze, i passaggi d’ossigeno e le parole catturate dal magnetofono di un corpo in frantumi. Perchè poi a completare il quadro affrescato da Téchiné ci sono i sussulti e le vibrazioni del giovanissimo Manu, creatura libera e “selvaggia”, figura a metà fra l’estetica viscontiana (Morte a Venezia naturalmente...) e il sogno pasoliniano (la sessualità innocente e dunque eversiva di Teorema); quasi testimone inconsapevole e causa efficiente della metamorfosi degli altri corpi, della creazione di una memoria fisica, liquida e storica dei “tempi che cambiano” – ancora loro, sempre loro, nei passages visivi di Téchiné... -, di esistenze singolari in lotta disperata contro i venti della Storia. È lui lo “straniero” che viene da lontano (dal fuori-campo di Loin?), forse da quell’altrove dove fioriscono ancora les roseuax sauvages; è lui, infine, il “fuori” che aggredisce e tenta di ridefinire il “dentro” degli arredi sociali e degli spazi interiori di un’epoca che non riesce a leggere il suo presente.
Anche se poi la metamorfosi culmina con la morte, con una trasformazione orrenda ed ultimativa del corpo amoroso e desiderante di Manu. Un corpo devastato dall’Aids che non riesce più a vedere e non vuole essere guardato, ed affida il ricordo della muta ai suoni di una voce registrata. Non alle immagini dunque, ma alle parole: come il Blue klein che avvolge la voce di Derek Jarman nel testamento audio-visivo del regista inglese, la passione fisica e materica dell’occhio di Téchiné consegna le ultime pagine di questo “trattato di decomposizione” personale e collettivo, dunque ”politico”, alla forza delle parole ed al pudore di un bacio casto, eppur incredibilmente potente (forse proprio perchè pieno di grazia e pietas...), fra la bella scrittrice ed il giovane omosessuale Manu.
Tutto questo mentre la macchina da presa può solo “testimoniare” il calore dei corpi, le espressioni dei visi degli attori (dai tratti bellissimi di Emmanuelle Béart ai lineamenti intensi di Michel Blanc), lasciandosi contagiare dai contatti di pelle ed attrarre dall’odore dei liquidi e degli umori, correndo via fino all’orrore della morte in-filmabile come fossimo in una galleria di ritratti di Nan Goldin. Così, l’obiettivo del regista francese si rivela il direttore d’orchestra di questa “recita a quattro” che, col trascorrere dei minuti, muta in una tragedia in tre atti – inesorabile e perfetta la scansione dei tre momenti della narrazione... – “testimoniata” questa volta dal canto (o meglio: dal controcanto rispetto alla voce off...) della voce di Julie (interpretata da Julie Depardieu), cantante lirica e sorella di Manu.
I testimoni è un dramma della metamorfosi - della malattia, della nascita, della morte e di un amour fou improvviso e sconvolgente – e della sua apparente negazione – la “ripresa” della normalità del terzo atto – che restituisce un cinema “testimone” di un’umanità in sottile disequilibrio fra voglia di ricominciare e desiderio di non dimenticare, fra passione dei corpi e bugie delle parole. Un cinema della memoria, un cinema dei sensi...
Titolo originale: Les témoins
Regia: André Téchiné
Interpreti: Emmanuelle Béart, Michel Blanc, Sami Bouajila, Julie Depardieu, Johan Libéreau
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 114’
Origine: Francia, 2007
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