Plongée: "Harry Potter e l'Ordine della Fenice", di David Yates
Inizia con un plongée, una vertiginosa e luminosa sequenza dall’alto, Harry Potter e l’Ordine della Fenice, per poi oscurarsi lentamente, progressivamente, fino a penetrare nei meandri oscuri dell’animo, tra incubi, ricordi intimi e gelosamente custoditi, ossessioni e rimorsi. Forse è tutto sin troppo chiaro, ma “la camera dei segreti” è quella della propria intimità, in cui si raccoglie tutto ciò che annega o ancora annaspa nel lago del cuore
Inizia con un plongée, una vertiginosa e luminosa sequenza dall’alto, Harry Potter e l’Ordine della Fenice, quinto capitolo della saga creata dalla scrittrice inglese J. K. Rowling, per poi oscurarsi lentamente, progressivamente, fino a penetrare nei meandri oscuri dell’animo, tra incubi, ricordi intimi e gelosamente custoditi, ossessioni e rimorsi. Forse è tutto sin troppo chiaro, ma “la camera dei segreti” è quella della propria intimità, in cui si raccoglie tutto ciò che annega o ancora annaspa nel lago del cuore. Il mondo dell’adolescenza e della giovinezza messo in scena da Chris Columbus (La pietra filosofale, La camera dei segreti) e Alfonso Cuaron (Il prigioniero di Azkaban) è ormai lontano, qui solo rievocato in una sorta di impressionismo memoriale. La luce della fotografia del polacco Slawomir Idziak (già direttore della fotografia di Krzysztof Kieslowski Il Decalogo, La doppia vita di Veronica) accende la scena con una violenza inedita al ciclo. E’ una luminosità che tormenta l’immagine e l’affonda nella notte. Una luminosità Intermittente e lacerante, polare e dicotomica che dà risalto ai contrasti: cielo e abisso, fissità e sussulto, silenzio e grido… come nello stupendo incipit, in quella luce del giorno dissolta dalle nubi che recano con sé le forze del male, o il doppio livello tra la Londra contemporanea e quella sotterranea, luogo frequentato da maghi e streghe, o ancora le sequenze in cui il sonno di Harry è disturbato dagli incubi notturni. Così il lividore inquieto e la mobilità del set del film di Yates sembra vagheggiare un’osmosi tra quei segni di un cinema funereo e passionale all’estremo come nell’ultima trilogia
di George Lucas e in particolare ne La vendetta dei Sith (la seduzione del male che si impossessa del corpo), e quella materialità scenografica del cinema di Tim Burton, in cui i luoghi sono autentici laboratori di produzione; anche se qui solo come cartone preparatorio rispetto al meraviglioso affresco lucasiano, e solo tangente a quella vena di impressionismo fantastico che circola nelle favole di Burton. Ma Harry Potter e l’Ordine della Fenice è anche un incantevole tentativo di ripensare il tempo nella sua “durata reale” tanto è che il “quotidiano favoloso” appare come sospeso e anestetizzato, intessuto di attese: illusione e malia di un tempo visitato da epifanie e impeti del ricordo continuamente frantumati e dissolti e che costringono il corpo sempre di più a terra o nelle profondità di un io terragno. In questo film si è in volo sempre e solo per pochi istanti, il batter d’occhio di chi vorrebbe, ma sa di non poter eludere l’anticamera “luminosa” della morte. La costruzione della scena è affidata a elementi suggestivi e impressivi e ad uno sguardo che attende di scoprire ciò che è, di rivedere ciò che è stato, ma anche di prevedere ciò che sarà. Una dilatazione del tempo che è solo un presente del presente, pur dandoci l’impressione di essere ancora una volta in un movimento inesauribile. Allora non è da trascurare il fatto che la riduzione del romanzo della Rowling sia stata realizzata questa volta da Michael Goldenberg già sceneggiatore di Contact capolavoro di Robert Zemeckis; forse è solo una illusione ma
vogliamo credere che Yates abbia voluto come e con Zemeckis donarci un’immagine che potesse essere di pura nostalgia aurorale (il ricordo del padre da parte di Harry è qui più invasivo che altrove; ma basterebbe ricordare anche solo la sequenza in cui Sirius Black/Gary Oldman mostra a Harry la stanza con le pareti tappezzate dall’albero genealogico della sua famiglia, genealogia iconica del proprio vissuto). E l’immagine ancora una volta segno dell’impossibilità di dire fino in fondo il (nostro) desiderio, non può che essere rivissuta come esilio, deportazione; o meglio come distanza da ciò contro cui impattare senza alcun preavviso, ecco perché (forse…) il plongée è l’inquadratura che meglio rende visibile il senso di questo film che contiene una vena di amara meraviglia e di tesa malinconia mai prima d’ora rilevata.
Titolo originale: Harry Potter and the Order of the Phoenix
Regia: David Yates
Interpreti: Daniel Radcliffe, Rupert Grint, Fiona Shaw, Ralph Fiennes, Gary Oldman, Michael Gambon, Emma Watson, Imelda Staunton, Emma Thompson, Helena Bonham Carter
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 138’
Origine: Gran Bretagna/USA, 2007
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