"Crank", di Mark Neveldine e Brian Taylor
Siamo di fronte al punto più basso toccato dalla carriera dello stuntman Jason Transporter Statham, promosso da Guy Ritchie e dalle ben più valevoli produzioni di Besson a protagonista di action-movies, girato da due registi che come tanti altri si sono già dimenticati di film ben più estremi formalmente firmati da Soderbergh, come il simile L’inglese.
Stupisce e lascia abbastanza esterrefatti la quantità di recensioni entusiastiche di questo ridicolo, stupido e orripilante film, in cui è facile imbattersi in giro. Assolvere il degrado dell’immagine contemporanea in quanto chiaramente anonima, flusso (tube...) ininterrotto di dati e informazioni dei quali non è più riconoscibile la fonte, la forma e il fruitore, pare sia stato accomunato ad un beato confondere e confondersi di segni, formati, ‘patrilinearità’ – “cinema-videogame”, “cinema-videoclip”...eppure se c’è una cosa che questo Crank dimostra con evidenza quasi inoppugnabile, è la fondamentale, essenziale importanza del ribadire con forza che invece l’Autore conta, does matter (Timothy Treadwell l’ha inventato Herzog!), anche all’interno dei fautori riconosciuti dell’estetica pubblicitaria – che Michael Bay non è come Guy Ritchie, che Danny Boyle non è come l’insopportabile Paul Slevin McGuigan, che Tony Scott non è come Neveldine e Taylor. Tutt’altro. Split screen, zoomate repentine, dettagli digitali, montaggi frenetici di porzioni infinitesimali di sequenze non accomunano l’opera prima dei due registi di spot a qualunque cosa sia anche lontanamente assimilabile a “Cinema”, se non all’insostenibile ed esibito razzismo pacchiano di cui si sostanzia il cinema di Guy Borat Ritchie (*), il cui film migliore ad oggi rimane Madonna che si esibisce coi Gogol Bordello al concertone del Live Earth: oh, in che splendida globale multiculturalità viviamo! Eppure è così reiterata, tangibile, in questi film, la sensazione che Ritchie e tutti i suoi epigoni (come può, come può averne generati? Stuntman Mike dovrebbe abbatterli tutti, per sempre l’unico a essere a prova di morte...), McGuigan, Joe Smokin'Aces Carnahan, Neveldine & Taylor, in realtà siano pieni d’odio per il gangster russo, il rom pugile, il tassista arabo (Statham per liberarsene lo butta fuori dal taxi ed urla “Al Qaeda! Al Qaeda!”, al che il pover’uomo con turbante viene assalito da una folla assassina che gli spezza le gambe...), il buttafuori afroamericano, il boss cinese con tessitoria clandestina nello scantinato del palazzo, il galoppino ispanico, che bazzicano per questo mondo di frontiere, insozzandolo. All’eroe ariano Jason Statham è stato iniettato un veleno che agisce ogni qualvolta si abbassa il livello di adrenalina nel suo corpo. Gli espedienti per tenersi in vita a cui fa ricorso il killer alla ricerca d’antidoto sono stuprare la sua ragazza sul marciapiede del quartiere cinese, sotto migliaia di occhi a mandorla interessati, rapiti e divertiti dalla scena (è notorio che i cinesi sono una massa di pervertiti...), rapinare un drugstore di decine di lattine di redbull, e fuggire da un ospedale a bordo di una motocicletta della Polizia sulla quale esibirsi in tutte le sue circensi qualità da cascatore per continuare a ricevere ‘botte di adrenalina’, con indosso solo il succinto camice da degente che lascia spesso e volentieri intravedere il suo tonico fondoschiena. Siamo allora di fronte al punto più basso toccato dalla carriera dello stuntman Jason Transporter Statham, promosso da Guy Ritchie e dalle ben più valevoli produzioni di Luc Besson a protagonista di action-movies del III Millennio, girato da due registi che come tanti altri si sono già dimenticati di film ben più estremi formalmente firmati da Steven Soderbergh tempo fa, come il simile L’inglese. E il fotogramma del film in testa a questo articolo probabilmente parla da sé.
Titolo originale: id.
Regia: Mark Neveldine e Brian Taylor
Interpreti: Jason Statham, Amy Smart, Jose Pablo Cantillo, Efren Ramirez, Dwight Yoakam
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 84'
Origine: USA, 2006
(*) = Borat è in realtà diretto da Larry Charles – ma che importa, giusto? [ndr]
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