La redenzione negata: "Million Dollar Baby", di Clint Eastwood

Disincantato, malinconico, straziante e sognante, un cinema così denso da lasciare sempre più storditi. Non solo un film sulla boxe, ma un intimo rapporto padri-figli, con frammenti dal cinema noir classico e lampi da road-movie, in cui la morte diventa l'estremo, ultimo atto d'amore.

Non è solo un film sulla boxe Million Dollar Baby. E' uno dei mélo più laceranti del cinema di Clint Eastwood, crepuscolare come Gli spietati (Eastwood e Freeman ancora insieme dopo questo film), sfacciatamente emotivo come I ponti di Madison County. Da una parte c'è Frankie (Eastwood), un allenatore di pugilato proprietario di una palestra in un quartiere malfamato di Los Angeles. Dall'altra c'è Maggie (Swank), una ragazza di oltre 30 anni che lavora come cameriera ma sogna di sfondare con il pugilato. In mezzo una voce fuori-campo, apparentemente oggettiva ma in realtà epidermicamente vicina verso i due personaggi, quella di Scrap (Freeman), un ex-pugile che lavora con Frank da oltre 20 anni e che ha smesso dopo un incidente che gli è costato la perdita di un occhio. Un rapporto giocato di sguardi, di silenzi, di tensioni, di complicità nascoste. Una vita accomunata da un presente segnato drammaticamente da una propria memoria privata, un presente dove sia Frank sia Maggie si portano addosso un lacerante senso di vuoto. Eastwood però non priva i suoi personaggi di vita, anzi gliene carica anche troppa addosso, in un film così denso che abbatte, un cinema che lascia sempre più storditi, come se da quelle immagini ci sia troppa forza, troppa carica umana, sentimentale, emotiva per il nostro sguardo.

Tratto da un racconto della raccolta Lo sfidante di F. X. Toole, l'opera di Eastwood ha addosso quella malinconia e quel disincanto propria di molti protagonisti western del suo cinema ma soprattutto del noir. I colori della fotografia di Tom Stern (ormai abituale collaboratore del cineasta da Debito di sangue) appaiono sempre neutri, sia durante gli incontri di boxe, sia durante gli allenamenti in palestra. Inquadrature polverose come in Stasera ho vinto anch'io di Wise e Anima e corpo di Rossen, ma soprattutto spazi sordidi che diventano una specie di rifugio fuori dal mondo, quasi un luogo psichiatrico - come molti spazi del noir - dove c'è un pugile dilettante che non si scontra mai contro nessuno e combatte contro i propri fantasmi (personaggio che sembra provenire da Mezzanotte nel giardino del bene e del male) e dove c'è un ufficio privato dove Frank legge un testo in gaelico.

Ma in Million Dollar Baby è anche un film sul senso di colpa mai rimosso. Il senso di colpa di un allenatore che non vuole più mettersi in gioco dopo che l'amico Scrap ha perso un occhio ma soprattutto quello di un padre che ha perso da tempo i contatti con la figlia. Frank va tutte le mattine in chiesa ma la sua è una religiosità privata, estranea ai dogmi della Chiesa e cerca lì un cammino per una possibile redenzione, per un perdono che non avverrà mai. Per terra, vicino alla porta di casa, tornano indietro le lettere al mittente, quelle parole che non ha mai detto e che non dirà mai. Frank trova in Maggie la figlia che non ha più. Inizialmente la respinge perché ha paura di farsi male, perché teme di rimettersi in gioco, di dichiarare un amore paterno-filiale che diventerà inarrestabile, incontrollabile (l'accappatoio con la scritta in gaelico che tradotto significa "Mio tesoro"). Poi però, come nelle storie d'amore, il cuore, e quindi l'istinto, prendono il sopravvento sulla testa. L'itinerario umano e sportivo di Frank e Maggie è totalmente avvolgente nella sua estrema limitatezza, un percorso fatto dei successi della ragazza in alcuni paesi europei ma anche di squarci da road-movie dove a un distributore di benzina avvengono imprevisti, sublimi vicinanze come il sorriso e il saluto tra Maggie e una bambina col cane. Un sogno limitato ma sensorialmente infinito, anche in quello straziante finale dove Frank aiuta Maggie a morire come estremo atto d'amore, dove gli asettici colori della stanza d'ospedale diventano un set chiuso come in Fino a prova contraria, in cui i protagonisti stanno lì con il corpo e non con la testa dove vorrebbero liberarsi, diventare anche altre apparizioni del cinema di Eastwood. E forse l'immensa grandezza del film di Eastwood sta anche in quell'eroismo nascosto,  che rende le figure mitiche oltre la propria morte, proprio come gli dei dell'antichità. Oltre il viale del tramonto delle sue figure Million Dollar Baby, che non accumula il tragico come in Mystic River ma lo lascia esplodere improvvisamente con un colpo dato alle spalle durante l'incontro di boxe decisivo. Ma non è un risveglio ma un segnale di un cinema sognante che continuerà a sognare fuori le inquadrature, un sogno vero non artefatto e ricostruito come The Aviator, un sogno che si prolunga per sempre fuori la vita, in un altro mondo dove tutto è possibile.

 

Titolo originale: id.

Regia: Clint Eastwood

Interpreti: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman, Jay Baruchel, Mike Colter, Lucia Rijker, Brian O'Byrne, Anthony Mackie

Distribuzione: 01 Distribuzione

Durata: 137'

Origine: Usa, 2004

 

 

 

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