CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "The Departed", di Martin Scorsese (Eventis Speciali)

Quasi remake di Infernal Affairs di Andrew Lau, il film non ha vie di fuga espressive, non disperde mai la sua energia e spreca il sangue del maestro: poteva essere una nuova parabola di figli crocifissi nel Bene e nel Male, offerti da un padre sull'altare del suo impero... Ma non un'ombra di tutto questo traspare in questo monumento levigato e stanco

La materia è calda, scorsesiana, di bravi ragazzi, di strade del quartiere, di predestinazione, di sacrificio nel nome del padre e nel segno del figlio, di vie di fuga sbarrate, di smarrimenti nell'arco del sé... Ma The Departed in realtà è un film freddo, tanto solido da dare la sensazione di essere fragile, incapace di slittare tra un livello e l'altro, composto con ordine e disciplina, fulgido nel suo materializzare un thriller in sfumature noir senza disperdere una sola nota a pie' di pagina della lezione che vuole impartire. Alla base, è noto, c'è Infernal Affairs, straordinario ordigno di spiazzamenti firmato nel 2002 da Andrew Lau con Tony Leung e Andy Lau,di cui riprende il plot di base, la confusione tra ruolo e funzione, tra imprinting e azione: il figlioccio della mala ripulito e infiltrato nel cuore della polizia, contrapposto al poliziotto sospinto nel cuore della mala, ad un passo dal grande boss. Due figure disperse nel cerchio maledetto del male, opposte a se stesse in un girone disperato di doppio gioco e tradimenti, dal quale non c'è via d'uscita. Scorsese lo riprende sulla base di una sceneggiatura priva di estro, firmata dal quasi esordiente William Monaham (prima di questo, solo lo script de Le crociate per Ridley Scott),applicandosi alla materia con una partecipazione fragile nella sua semplice solidità: prende Jack Nicholson e lo mette in scena nel nome del padre/padrino di Boston, Frank Costello, concentrato di tutti i boss violenti e filosofi che il cinema americano ci ha regalato: ghigno mefistofelico, psicosi affettiva in bilico tra possesso e odio, mandante e destinatario di ogni azione e reazione. A lui stanno sia Colin Sullivan (Matt Damon), sospinto attraverso l'accademia sino ai vertici del dipartimento di polizia, sia Billy Costigan (Leonardo Di Caprio), agente scelto per essere bruciato come infiltrato nella mala. Le due facce della medaglia che si guardano negli occhi senza saperlo...

Il fatto è che questo dovrebbe essere un film di sguardi laterali, di intrusioni nel cuore di due personaggi sfuggiti alla loro identità e catturati nella fuga perenne dal loro destino: la vittima e la preda si sommano in un concetto unico, quello della caccia che non lascia tregua. Ma tutto resta sulla carta, semplicemente detto e narrato, Scorsese non riesce a trovare una chiave per rendere palpabile questo dissidio, si infila in un sistema spingendolo senza particolare consapevolezza, adattandolo a prefigurazioni inconsce che sfiorano quasi il criterio della citazione: il boss all'Opera, le sue mani sporche di sangue, la gang di goodfellas... Stilisticamente poi sembra quasi voler copiare il filmare d'impatto di Lau, lo sguardo tarato sull'adrenalina, stacchi repentini, torsioni improvvise, personaggi aggrediti nel pieno delle loro incertezze, salvo poi restare impietrito nella parte finale, quando tutto diventa troppo solido per far emozionare, quando i personaggi sono finalmente uno di fronte all'altro e la trasparenza non ha più ragione d'essere. Le due ore e trenta di durata si succedono senza gravare troppo, ma il film non ha vie di fuga espressive, non disperde mai la sua energia e spreca il sangue del maestro: poteva essere una nuova parabola di figli crocifissi nel Bene e nel Male, offerti da un padre sull'altare del suo impero... Ma non un'ombra di tutto questo traspare in questo monumento levigato e stanco. Dove Matt Damon non vibra mai d'emozione, Jack Nicholson gigioneggia senza strafare e solo Leonardo Di Caprio si offre con la solita paziente generosità, disponibile a sprecarsi nel nome di un personaggio bello ma tradito dalla sceneggiatura.
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