CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "The War Tapes", di Deborah Scranton (EXTRA)
L'esordiente Deborah Scranton ha messo in mano un paio di videocamere digitali ad altrettanti soldati americani in partenza per l'Iraq, ha spiegato loro come funzionano, poi li ha mandati a riprendere il loro anno di missione in guerra, infine ha montato insieme il meglio del materiale girato dai soldati sul fronte arabo.

Come nel video girato dai militari italiani in Iraq mandato in onda da Mentana l'anno scorso e poi ribattezzato da Blob 'Annichiliti', o come nel capolavoro realizzato da Fabio Cannavaro nello spogliatoio a imbottirsi di sostanze illecite, l'immagine fondamentale e definitiva è forse quella del momento in cui chi sta riprendendo fa compiere un giro di 180° alla videocamera, e si inquadra, mette in mostra il faccione enorme che riempie lo schermo - implosione di un cinema che è ormai tutto inland, cinema a raggi infrarossi, real (tv) vero digitale amatoriale 'nightshot' 'a rilevamento termico' - come le fonti di The War Tapes dell'esordiente Deborah Scranton, che ha messo in mano un paio di videocamere ad altrettanti soldati americani in partenza per l'Iraq, ha spiegato loro come funzionano, poi li ha mandati a riprendere il loro anno di missione in guerra, infine ha montato insieme il meglio del materiale girato dai soldati sul fronte arabo. E seppur 'fatto' di frammenti più veri del vero di vita reale, The War Tapes funziona come un film, nei momenti goliardici e di cameratismo virile sembra Jarhead coi protagonisti un po' più cresciuti, e nelle scene di guerra si fa dimostrazione di come il più avanzato e sottovalutato war movie degli ultimi anni sia Black Hawk Down. Ma non sembra giusto applicare i criteri e i canoni della critica cinematografica ad un lavoro girato da persone che non sono operatori ma gente realmente impegnata in una sparatoria terribile in mezzo ad una strada di città con una videocamera attaccata all'elmetto che sbilenca e saltellante riprende il tutto - e allora come reagire, come comportarsi quando si viene colpiti dalla stranissima sensazione che quella scena al SuperDome con tutti i rifugiati di colore di New Orleans che si uniscono nel caldissimo abbraccio di un gospel cantato all'unisono nonostante la devastazione e la morte circostante, seppure ripresa da un video amatoriale, e seppur contenuta all'interno del documentario When the Leeves Broke, altro lavoro 'assemblato' che come War Tapes non ha paura di mostrare i cadaveri sfatti smembrati decomposti sbrindellati, sembra proprio la scena di un film di Spike Lee? Come ammettere controvoglia e a denti stretti che alla fine, nonostante tutto, la parte più riuscita e paradossalmente più 'vera' di The War Tapes è quella del ritorno in America dei soldati, in cui la Scranton passa ad una struttura classica, intervista i familiari (ascoltiamo persino la sua voce fuoricampo che fa le domande), segue i veterani nel loro percorso difficoltoso di reinserimento a casa e nella società, mentre tentano di dimenticare gli incubi notturni e i flashback diurni, e c'è quell'imbarazzo terribile nel primo incontro tra il soldato Zack Bazzi e la madre, in silenzio seduti ognuno sulla sua poltrona, davanti alle telecamere accese, e pare per un attimo di stare dalle parti di un altro gran documentario che giocava al gioco pericolosissimo di modellare la carne viva delle 'riprese vere', Capturing the Friedmans di Andrei Jarecki. Quella, come questa, Una storia americana.
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