CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "La Vera legenda di Tony Vilar", di Giuseppe Gagliardi (Extra)
La musica inizia in sottofondo, prende vita, diventa protagonista scardinando l'equilibrio del film. Si respira un po' l'aria di un Buena Vista Social Club italo americano, dove i visi, gli anelli e i braccialetti d'oro, i crocefissi ostentati ci riportano ad un Italia degli anni '60 che sembra ancora vivere nella Little Italy di New York.

Tra il road movie e il mocumentary, tra il musical e il poliziesco, tra i film di mafia e il comico surreale, tra il dolce e l'amaro; definire il primo lungometraggio di Giuseppe Gagliardi sarebbe fargli torto.
Se l'idea iniziale è quella del "falso documentario" sulla ricerca di una delle glorie della canzone melodica sud-americana degli anni 60, il film prende poi strade diverse, con digressioni sul tema, come il protagonista che nel suo viaggio si perde in vari rivoli di storie e di personaggi, di strade, di città e di quartieri.
La storia parte dalla Boca di Buenos Aires, dove un giovane cantautore, interpretato da un dirompente Peppe Voltarelli, inizia la ricerca del suo idolo dell'infanzia nonché lontano parente: Antonio Ragusa, in arte Tony Vilar, rimasto famoso per la sua "Quando calienta el sol". La ricerca del suo idolo porta Peppe Voltarelli da Buenos Aires fino a New York, passando dal Brasile, intervistando ex mogli, sorelle, conoscenti, famiglie di immigrati che hanno conosciuto Tony Vilar, personaggi inventati e incontrati sulla strada.
Il viaggio si snoda in questo andirivieni di persone, dove Voltarelli si imbatte, per amore o per forza, seguendo il filo della sua ricerca. La ricerca di Tony Vilar diventa solo un pretesto, come la musica è una compagna di viaggio, più che un colonna sonora.
La musica inizia in sottofondo, prende vita, diventa protagonista scardinando l'equilibrio del film. Si respira un po' l'aria di Un Buena Vista Social Club italo americano, dove i visi, gli anelli e i braccialetti d'oro, i crocefissi ostentati ci riportano ad un Italia degli anni 60 che sembra ancora vivere nella Little Italy di New York. Sono i Tony Pizza, i Frank Bastone, i Conie Catalano che raccontano con i loro visi il mondo degli immigrati dall'Italia. "L'america l'hanno fatta gli Italiani" dice uno dei volti incontrati nel film.
Un caleidoscopio di dialetti storpiati, tanto da rendere necessari i sottotitoli. Ogni personaggio è caratterizzati dal suo nome in grandi caratteri arancioni. Chi più chi meno contribuiscono tutti ad arrivare al grande Tony Vilar e nel percorso a renderlo sempre più leggendario.
Poi l'incontro con Tony Vilar, un cappello da cow boy, una cinta alla Elvis Preasley su pantaloni bianchi. è un altro capitolo del film, non il punto di arrivo, ma l'ennesima chiave di lettura del testo. Il confronto con il successo e la caduta, la fama e l'oblio. Tony racconta del suo successo e della sua fuga dopo che una notte la sua carriera è cambiata per un parrucchino.
Se il primo lungometraggio di Giuseppe Galgliardi forse manca un po' nella coerenza della narrazione, nella stessa varietà di forme, generi, e strumenti trova la sua forza dirompente, unendo in un unico contenitore ed in maniera non comune nel panorama cinematografico italiano, la forza della rappresentazione giornalistica di una verità amara, con la delicatezza del surreale.
Alla fine, come in "Hear my Song" d Peter Chelsom del 1996, Tony Vilar torna sulle scene, acclamato da tutti, in un completo bianco e un cappello da marinaio, sul palco della Sala Sinopoli della Festa Internazionale del Cinema di Roma, ed accenna alla su "Quando calienta il sole". Questo sembra essere il vero epilogo del film.
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