CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma: "Cages", di Olivier Masset-Depasse (Cinema 2006)
In concorso l'esordio al lungometraggio per il trentacinquenne belga Olivier Masset-Depasse. Non è un brutto film, ma non è neanche quel temibile e struggente testimone dell'immagine destinata a sparire meglio, piuttosto che a durare per sempre. Complice ma quasi estranea alla narrazione, ancor troppo rara è quell'immagine alla Festa.

In concorso l'esordio al lungometraggio per il trentacinquenne belga Olivier Masset-Depasse. In passato ha realizzato due mediometraggi, Chambre froide (2000) e Dans l'ombre (2004), entrambi vincitori del Pardino d'Oro al Festival di Locarno. Da sette anni Eve e Damien formano una coppia che si ama, poco a poco, il silenzio li separa. Per un incidente automobilistico, lei diventa balbuziente e comincia a comunicare attraverso gesti, ma vuole parlare il meno possibile. Fugge patologicamente la parola. Damien subisce la situazione che va avanti da un anno e non riesce più a esprimere i propri desideri. Quando la donna capisce che è sul punto di perdere il suo uomo, prova a cambiare e si dimostra pronta a tutto, anche trattenendo disperatamente e con la forza il suo amore. Lo lega al letto e lo tiene nascosto alla sua amante, fino a quando si rende conto che tutto ciò non basta per risolvere i problemi. Le gabbie del titolo trovano un significato emblematico ancora di più, quando arriva il periodo dell'anno in cui si organizza il concorso dedicato ai versi degli animali, proprio al locale gestito da Damien, dove tutti si presentano alla serata conclusiva con maschere "bestiali". Sotto quella scheggia conficcata nel corpo, che fa male, ma tampona la libertà della passione, il cinema del regista belga sembra una docile confezione per la Festa, bella da vedere, ma ancora una volta lontana dalle visioni che ci sconvolgono, ci appassionano, ci lasciano senza fiato. Non è un brutto film, ma non è neanche quel temibile e struggente testimone dell'immagine destinata a sparire meglio, piuttosto che a durare per sempre. Lo spazio che si apre improvvisamente sulla costa e si perde all'orizzonte o sui campi scoscesi violentati dal vento, lo spazio strozzato sui volti e le lacrime, perde di intensità proprio quando in una prospettiva d'insieme, ci si accorge che è la vertigine del dettaglio perpetuo a mancare. Bella però quell'illusione del rapporto che non si oppone alla realtà, ma ne costituisce un'altra più sottile che avvolge la prima del segno della sua scomparsa. Proprio quando scompare l'illusione, restano solo delle tracce ossessive, estatiche, narcisistiche. Allora il cinema fatica ad essere discontinuo, imprevedibile, irreparabile. Nelle gabbie ci manca l'immagine che si fermi per fermare il mondo. Questa suspense non sarà mai definitiva, perché le immagini rinviano le une alle altre e non c'è altro destino per l'immagine che l'immagine. Complice ma quasi estranea alla narrazione, ci manca nella gabbia, ancora qelll'immagine.
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