CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "L'Héritage" di Temur e Géla Babluani (Cinema '06)
Al suo secondo lungometraggio, Géla Babluani si affida all'esperienza del padre e torna e in madrepatria. E tutto il film si regge sulla doppia anima francese e georgiana, raccontando di un'incomprensione apparentemente insanabile. Fino a porre interrogativi sul senso e i limiti del cinema

E' una conferma. Il segno di una presenza viva. Il ventottenne Géla Babluani aveva già sorpreso e scioccato con il suo primo lungometraggio, 13 - Tzameti, presentato lo scorso anno a Venezia nelle "Giornate degli autori". Alla seconda prova decide di affidarsi all'esperienza del padre, il regista Temur Babluani (Migration of Sparrow, Brother e Thwe Sun of the Wakeful), e di far ritorno alla madrepatria, la Georgia. E L'Héritage conferma la capacità di saper costruire un racconto su di un'idea forte, provocatoria ma non gratuita. Girato in una Tblisi decadente, quasi anni '20, il film si regge sulla doppia anima dei registi, quella georgiana e francese, il cui traite d'union è rappresentato da Nikolaї (Pascal Bongard), l'interprete incaricato di accompagnare tre turisti francesi, testimone silenzioso delle tragiche vicende del racconto. Per il resto, c'è una frattura insanabile tra i francesi "civilizzati", animati da vaghe aspirazioni documentaristiche e da sterili curiosità etnologiche, e i georgiani legati ancora a tradizioni e leggi arcaiche. Un'incomprensione sempre sull'orlo dell'aperto conflitto. Se lo "sguardo" rivolto ai francesi è freddo, distante, ai georgiani è riservata un'attenzione e una partecipazione maggiori. E' vero: Tblisi e la campagna sono descritte con una certa leggerezza, ma non si sfocia mai nel bozzetto. E' una leggerezza nouvelle vague, che qua e là sembra aprirsi alle suggestioni del cinema di Gϋney (i clan rivali sembrano i figli dei pastori de Il gregge). Se 13 - Tzameti, girato in un bianco e nero oppressivo e claustrofobico, mostrava una maggiore ricerca sul piano formale, L'Héritage, nei suoi colori neutri, nel suo montaggio classico, pulito, mantiene, come il primo film, costante l'attenzione per i volti (quello del vecchio allo specchio), un'attenzione che sembra rimandare all'iconografia orientale. Forse frenato dal padre, Géla Babluani sembra ancora alla ricerca di uno stile definito, ma è già capace di porsi il problema del "fare cinema". L'attrazione dei tre turisti per il giovane (George Babluani) che accompagna il nonno a farsi uccidere dal clan rivale ha un che di morboso. La loro insistenza per "riprendere" l'avvenimento apre domande sui limiti del cinema. E' giusto filmare la morte? Fino a che punto può spingersi l'occhio? Qual è il confine tra il morale e l'immorale al cinema? Si ricorderà la diatriba tra Rivette e il fu Gillo Pontecorvo. Interrogativi baziniani a cui forse non si può dare una risposta certa, universalmente valida. Ma ciò che conta, quanto meno, è porsi la questione. Come fanno i Babluani: loro la morte la filmano, ma di certo non se ne compiacciono, non ne fanno uno spettacolo.
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