CINEMA. 1a Festa Internazionale di Roma - "Kontakt" di Sergej Stanojkovski (New Cinema Network)
Un racconto semplice e lineare accompagna gradualmente i pochi personaggi sulla soglia della scena successiva. Tutto ruota attorno a un uomo e una donna, il resto non importa. Si muore ogni giorno, senza amore. Si muore in un attimo, quando la fiducia ti viene strappata a morsi, dal tuo corpo, dalla tua anima. Ma la rinascita è possibile, sempre

Morire dentro fino a prosciugare ogni più piccolo membro del proprio corpo di vita. Ricoprirsi di polvere a tal punto da non riuscire più a far filtrare la luce attraverso i pori. Stendere un velo talmente spesso sul proprio sguardo, da non vedere più i colori dell'oggi, ma solo le dolorose sfumature di quello che ieri accadde, trasmesso in loop a cervello e cuore in struggente contemporaneità. Si muore ogni giorno, senza amore. Si muore in un attimo, quando la fiducia ti viene strappata a morsi, da te, dal tuo corpo, dalla tua anima. Ma la rinascita è possibile, sempre.
Una vecchia casa, lasciata in eredità dalla vecchia nonna, rappresenta per Zana un'isola in mezzo al mondo, alla quale aggrapparsi, nella quale confondersi, in silenzio, dondolandosi su una sedia o suonando con timidezza i tasti di quel pianoforte lasciato a riposare per anni. Una casa in disfacimento, come Zana. In ricostruzione, come Zana. Il parallelo si rende evidente senza forzature, efficace come la narrazione, leggera come le foglie autunnali che riempiono il prato antistante. Il tetto viene riparato e Zana esce fuori dal rifugio e si lascia riscaldare dal sole pallido, ma luminoso. Le fessure nelle pareti scompaiono, una mano di vernice le copre. E Zana si trucca, per uscire fuori da sé, fuori di casa, fuori dal cortile.
Due persone possono essere sole, pur dandosi la mano. Possono avvicinarsi, piano, senza sfiorarsi, accarezzandosi con i pensieri, amandosi con le parole e la comunione dei propri destini. Zana e Yanko guadagnano ogni giorno qualche metro, qualche sorriso. Il contatto c'è stato e ora non si può più tornare indietro. L'unica possibilità è morire, di nuovo, forse per sempre, su un letto di ospedale, legata a filo doppio con la delusione. Zana. Di nuovo la fiducia. Di nuovo persa.
Un racconto semplice e lineare accompagna gradualmente i pochi personaggi sulla soglia della scena successiva. La luce penetra sottile dalle finestre della casa, illuminando tiepidamente il viso di Zana, ma sempre a metà. Solo dopo, con Yanko e i suoi sorrisi amari, gli occhi che sanno ascoltare, il sole splende, non più timido. Tutto ruota attorno a un uomo e una donna, il resto non importa, è lontano, è uno sfondo necessario, ma ininfluente. La musica addolcisce i lineamenti duri di lei e sottolinea il buono che si nasconde in lui. Un tutt'uno che fa stare bene, mentre un vento caldo spira, nonostante la neve, fuori.
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