CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "La sconosciuta", di Giuseppe Tornatore (Première)
Un thriller al femminile, prigioniero di uno sguardo che opprime la narrazione e impedisce ai sentimenti di rivelarsi con la libertà necessaria. Resta soltanto un ibrido, sin troppo chiarificatore della situazione in cui versa il nostro cinema

Giuseppe Tornatore torna al genere (nel caso specifico il thriller), dal quale peraltro non si era mai distaccato del tutto, stante la tendenza del suo cinema a elaborare sempre storie che partono da meccanismi codificati. E' dunque con un certo nervosismo che ogni volta ci si accosta a un modo di concepire la narrazione che è familiare eppure stranamente distante da quella tensione che normalmente richiederemmo (e ci aspetteremmo) da questi film. Il nuovo La sconosciuta è in realtà un thriller iscritto nel cuore di una città italiana del Nord Est, laddove i redditi sono alti e i contrasti con realtà meno felici appaiono maggiormente incisivi: in quest'angolo di mondo giunge Irena, una ragazza ucraina, ex prostituta, vessata da un passato infelice, in cerca di qualcosa. Il meccanismo thriller scatta allorquando lo spettatore comprende che Irena è fuggita da una situazione molto dura ed è braccata da qualcuno che conosce il suo passato, fatto di violenze, ma anche di un unico amore infelice, la cui eredità costituisce l'obiettivo della ricerca che la ragazza conduce nella città italiana.

Più che al giallo all'italiana e a Dario Argento bisognerebbe pensare al Cuore Sacro di Ozpetek o al sottogenere del gotico italiano per come il film cerca di trarre la sua componente più manifestamente misteriosa dall'austerità di un contesto alto-borghese, fatto di arredamenti dal sapore antico e quasi nobiliare, nel quale si iscrivono famiglie percorse da nevrosi, e gli ambienti si caricano di una pesantezza labirintica che opprime le figure. Il resto sono puri artifici di tensione, giocati attraverso la presenza di un pericolo incombente e di situazioni rischiose nelle quali la protagonista viene spesso a trovarsi. Con il prosieguo della narrazione, comunque, la componente gotica si ridimensiona progressivamente, lasciando spazio a un dramma femminile che sottolinea ogni cedimento psicologico con un'enfasi assordante, mescolando il passato e il presente della protagonista con una nonchalanche che vorrebbe testimoniare un'idea di cinema fluida e capace di amalgamare gli estremi, implementando l'aspetto drammatico: ma è in realtà il sintomo di uno sguardo che ritiene l'eccesso come unico elemento caratterizzante della messinscena, dove la musica di Morricone enfatizza ogni passaggio in maniera didascalica e l'amalgama di stili (mistery, gotico, dramma) nasconde un deficit di fiducia nei confronti dello spettatore.

Non è uno sguardo generoso quello di Tornatore, piuttosto sembra nascondere il timore di non essere compreso, di dover offrire al pubblico continue "scene madri", camei illustri e situazioni forti (tensione, splatter, dolore, erotismo). E' un peccato poiché l'idea di affrontare il genere del thriller in chiave femminile avrebbe potuto rappresentare un'interessante prospettiva per un genere di norma poco incline all'indagine dei sentimenti: maggior pudore, maggiore capacità di porsi all'altezza dei protagonisti e non al di sopra degli stessi, avrebbe certamente sortito un risultato significativo. Non è un caso se gli elementi più convincenti sono tutti da ascrivere alla performance dei singoli attori, dalla brava protagonista Ksenia Rappoport, alla veterana Piera Degli Esposti. Tornatore finisce suo malgrado per essere non soltanto vittima del suo narcisismo, ma anche per assumere il proprio cinema a paradigma della situazione italiana, dove farsi notare alzando il tono della discussione è ritenuta l'unica ipotesi perseguibile, dove l'autorialità esibita pare essere l'unica direttrice di molti cineasti. Un cinema "muscolare", dunque, che pretende però di essere intimo; ma anche un cinema "di genere" che però ancora una volta non ha il coraggio di essere tale, ma non ha neppure la sincerità per poter offrire un'ipotesi differente.
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