CINEMA - 1a Festa Internazionale del Cinema - "A Few Days Later...", di Niki Karimi (Cinema 2006)

Secondo lungometraggio per la giovane regista iraniana, già assistente di Kiarostami. Il cinema di Kamiri è spregiudicatamente descrittivo, non chiede di essere tradotto e ricodificato, chiede solo di essere lasciato in pace, ancora per un pò, prima che trovi la sua strada, senza dover fare i conti per forza con i suoi maestri di una volta.

Secondo lungometraggio per la giovane regista iraniana, già assistente di Kiarostami ne Il vento ci porterà via e in ABC Africa. Niki Karimi, a Roma in concorso, con One Night, nel 2005, era nella sezione "Un Certain Regard" di Cannes ed è in patria conosciuta soprattutto come attrice. Come nel suo precedente lavoro, anche in A Few Days Later... viene trattata la condizione femminile in Iran, muovendo lo sguardo nel ceto benestante della società. Forse sta qui la novità più evidente di questo cinema, sempre e comunque ancorato all'ultima ondata travolgente, di cui fanno parte i nomi più conosciuti a livello internazionale. Per il resto, si potrebbe saltare da un estremo all'altro: cinema convenzionale e reazionario o cinema rivoluzionario e in evoluzione. Probabilmente invece è cinema sulla e della "distanza", non dalla società da cui ci sentiamo osteggiati, ma piuttosto intesa come freddezza congelante che non vive sulla narrazione ma ha paura di sconfinare dall'ambito privato. Una donna iraniana è un designer di successo. Quando l'ex moglie del suo compagno torna in Iran e vi si stabilisce, la donna in carriera dovrà rimettere in discussione tutta la sua vita, dovrà prendere delle decisioni importanti sul proprio futuro sentimentale. Ma, seppur involontariamente, continua a rimandare la decisione ai giorni successivi. La distanza allora è vissuta non imposta, sembra quasi di poter parlare di un esodo dell'immobilità che non "frusta" chi guarda, costringendolo a reagire. Più che per l'occidentalizzazione, questo sguardo è per l'ostilità delle scelte visive, sempre ben calibrate e tenacemente di maniera. Ma la maniera non è un male sempre e comunque, se poi si rivela un'asettica (anti)camera che ti permette di preparare gli occhi a nuove visioni. Karimi ha però della giovinezza dello sguardo quella acerba consapevolezza di essere riconosciuta e quell'impeto nascosto e quindi pericoloso che "irrita" solatanto quando si manifesta tra i denti; del passato ha il risentimento e la debolezza di una stagione meravigliosamente al tramonto. Il giovane cinema è solo però un fremito che trascorre velocemente, avanza a lunghe falcate e giunge stremato a noi; il passato cinema si sposta al rallentatore, a passo strascicato, "inginocchiandosi" (anche per nascondersi) al retorico minimalismo. È stato un sogno il cinema iraniano (c'è Naderi, per fortuna a ridestarci) o una "vera" magia? Continuiamo a scavare e a desiderare quella scoperta emancipante che si prendeva gioco della censura, delle chiusure, in cui ciò che si diceva e vedeva era ciò che non si diceva e vedeva, in cui il dubitare e il credere erano in equilibrio, in cui l'evasione all'esterno era invasione dall'interno e il cinema rimetteva in scena e in crisi lo spettatore, per essere riconosciuto, adottato, stimato, amato o semplicemente portato via. Allora probabilmente il cinema di Kamiri è spregiudicatamente descrittivo, non chiede di essere tradotto e ricodificato, chiede solo di essere lasciato in pace, ancora per un pò, prima che trovi la sua strada, senza dover fare i conti per forza con i suoi maestri di una volta.

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