CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "Renaissance", di Christian Volckman (EXTRA)
Forse è un sudatissimo omaggio al puro godimento visivo. O forse, ha scelto la sola via dell'immagine per evocare un'inquietudine che è già presente. L'effetto straniamento è la punta massima raggiunta dal film di Volckman, tutto concentrato su una superficie che smarrisce l'altra faccia del segno

Tira una brutta aria nella Parigi del 2054. Un futuro vicino, in cui molto del paesaggio urbano è come potremmo figurarcelo - manifesti parlanti e interattivi, vetro e acciaio, documenti e archivi digitali, fine della privacy - mentre le tecnologie estendono i sensi umani fin quasi al limite dell'immaginazione: rendersi invisibili, vedere al buio (una delle scene più sorprendenti, quella in cui scatta il 'codice nero' di allarme all'interno di un edificio), materializzare lo schermo di un pc con il gesto di un dito. Un altro film per parlare di immortalità, e sembra quasi che sia proprio il tema a spingere verso derive facili. Biogenetica, esperimenti sui bambini e morti e prove distrutte, la giovane ricercatrice che fa la scoperta del millennio. Ma forse è fuori luogo qui parlare di appiattimento, precisamente perché Renaissance è un nuovo esperimento di contaminazione cinema/fumetto. Ecco i personaggi a una dimensione, la sceneggiatura minimale e prevedibile al limite delle funzioni proppiane (rapimento, poliziotto con passato a sorpresa, sospensione dal servizio, didascalia a tre quarti del film con il vecchio sapiente ricercatore...), le citazioni. Renaissance sembra, palesemente all'inizio e anche in seguito, rimandare a Sin city: stessa apertura sulla terrazza, stesso sfondo metropolitano livido e di sorprendente, incomprensibile bellezza. Anche Sin City era fumetto e cinema, ma con altro carisma e altra godibilità, soprattutto con tecniche di fusione diverse, che renderebbero i paragoni troppo astratti. Il film di Volckman (al suo esordio nel lungometraggio dopo il corto Maaz) prende gli elementi base della fonte di ispirazione e saccheggio e li fa esplodere con la potenza del cinema: così l'accerchiamento, i primi piani, le inquadrature-spettacolo di personaggi 'piatti' creano un effetto straniamento, probabilmente punta massima del film. A quegli stessi elementi base aggiunge un po' a caso l'abc dell'action-movie (spettacolari inseguimenti in macchina), qualche sussulto thriller, movenze a metà tra l'umano e il digitale sullo sfondo sci-fi. Per il resto, è più espressione che altro: sembra talmente concentrato sugli effetti visivi - i bianchi e neri che continuamente si rincorrono sui volti dei personaggi, i ricorrenti giochi di specchi, vetri e riflessi dei corpi, la camera ovunque - da perdere l'altra faccia del segno, ovvero il contenuto. Forse è un sudatissimo omaggio al puro godimento visivo. O forse, ha scelto la sola via della superficie/immagine per evocare un'inquietudine che è già presente.
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