CINEMA - 1a Festa Internazionale di Roma - "Mon Colonel" di Laurent Herbiet (Cinema '06)
Attraverso una struttura a flashback, convenzionale ma precisa, Herbiet racconta la guerra d'Algeria da una prospettiva "francocentrica". Prova a riaprire vecchie ferite e fa emergere i temi della responsabilità del comando e della sottile linea di confine tra l'onore e la crudeltà, cifre costanti di ogni guerra

La guerra d'Algeria vista dai francesi. Di questo parla Mon Colonel, il film di Laurent Herbiet (Le poids du ciel) prodotto da Costa-Gravas e dai fratelli Dardenne, in concorso alla Festa del cinema di Roma. Partendo dal presente, attraverso una struttura a flashback, Herbiet ricostruisce il complesso rapporto tra il colonnello Duplan (il grande Olivier Gourmet) e il giovane tenente Guy Rossi (Robinson Stevenin), avvocato con spiccate simpatie di sinistra. Lo sfondo storico è quello dei moti d'indipendenza algerina del 1956 e delle misure straordinarie adottate dal governo e dall'esercito francesi per sedarli. Il pretesto per la "rievocazione" è quello del misterioso assassinio di Duplan a più di quarant'anni di distanza, omicidio su cui cercano di far luce la polizia e il tenace tenente dell'esercito Galois (Cécile de France). Una struttura in fondo convenzionale, con i flashback (rigorosamente in bianco e nero) che partono sulla scorta della pagine del diario di Rossi, non impedisce a Mon Colonel di avere un'efficacia di analisi e denuncia invidiabili. Laurent Herbiet, con un montaggio serrato e un'alternarsi continuo e puntuale dei tempi diegetici, mantiene lo sguardo costantemente concentrato sui rapporti e le reazioni dei suoi protagonisti, una prospettiva sostanzialmente "francocentrica", eppure riesce a restituire la complessità delle questioni messe in campo. La guerra d'Algeria è ancora uno dei nervi scoperti della recente storia francese e va considerato un atto di coraggio mettere in luce la durezza della repressione, le torture inflitte dall'esercito ai ribelli dall'esercito con la compiacenza del governo centrale. Senza dimenticare l'efferatezza degli attentati terroristici arabi. Una situazione che per molti versi ricorda quella attuale dell'Iraq e dell'Afghanistan. Ma ciò che più convince di Mon colonel è la sottile indagine dei rapporti tra Duplan e Rossi, rapporti di sudditanza psicologica dapprima, di aperta ribellione poi. Emerge così il tema della responsabilità del comando (come in L'urlo della battaglia di Fuller), della sottile linea (rossa) tra ciò che è lecito e illecito nella guerra. Se per certi versi Duplan sembra rispettare un codice d'onore cavalleresco, dall'altro non si fa scrupolo di utilizzare ogni metodo a sua disposizione, anche il più abietto, pur di sedare le rivolte. La guerra è guerra, è ovvio. Le regole del mondo dei vivi non valgono più. Conta solo la morte.
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